Prima di bruciare vivo il geniale e profondo Vanini, gli strapparono la lingua, perché egli, con essa, aveva bestemmiato Dio. Confesso che, quando leggo simili cose, mi vien voglia di bestemmiare questo Dio.
Arthur Schopenhauer

martedì 16 novembre 2010

Uochi Toki - Cuore Amore Errore Disintegrazione (2010)


Sin dalla sua alba, l'uomo si è posto degli interrogativi che – ad ammetterlo ci si deprime – a distanza di milioni di anni sono rimasti tali, salvo i casi in cui le grandi speculazioni intellettuali (nonché intellettualoidi) hanno abbindolato una grande, enorme percentuale delle unità appartenenti alla razza umana plasmando così un mondo succubo a pochi poteri ben accentrati che impiegano rami periferici con peculiarità nulla più che rappresentative di una libertà di scelta che – manco a dirlo! - altro non è che l'ennesima illusione.
Una citazione a caso:
Milioni di libri scritti su ogni concepibile argomento da tutte queste grandi menti, e alla fine nessuno di loro sa più di me sui grandi misteri della vita. Ho letto Socrate, sapete? Schiappettava i ragazzini greci; che diavolo ha da insegnare a me?
Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e perché siamo, veniamo ed andiamo. Queste non sono domande, ma tormenti che hanno frustrato l'uomo da sempre e l'hanno spinto a credere nelle più bizzarre teorie, nessuna delle quali può essere appurata come vera né falsa. Vivere ed emergere dall'oscurità, risalire verso la coscienza, sia essa pure parziale, di sé e del mondo è una fatica intollerabile che necessita di un supporto esterno, interno, spirituale, parascientifico. Forse da qui è nata la magia, un modo per capire e vivere in simbiosi con gli altri e con il mondo. Ed è proprio la magia, l'essere mago, il contatto significativo che il mago vuole esercitare sul mondo il tema centrale del nuovo disco dei Uochi Toki (che non devo presentare, vero?). C'è in questo un intento esoterico, un'espressione che decanti forze ancestrali pre-umane? No, affatto! Anzi, probabilmente sì, perché per avere un sano contatto con la vita essoterica, con le persone comuni, per dare luogo ad un libero scambio di idee con esse è davvero probabile che l'unico mezzo che dia adito a questo sia di natura esoterica, ciò preclude un indispensabile nutrimento che consenta un'attenta osservazione, rilevazione che trasli l'uomo essoterico ad un livello superiore, financo super-uomo.
Con Cuore Amore Errore Disintegrazione, i Uochi Tochi proseguono la loro strada aperta non già con il precedente (cupo, introspettivo) Libro Audio, ma con l'ottimo La Chiave Del 20, un concept album registrato insieme agli Eterea Postbong Band nell'ormai lontano 2007. Quest'anno hanno raggiunto la vetta, la piena maturità; stupiscono, fanno clamore, fanno pensare. Le liriche di Napo sono eccellenti, originali, quasi rivelatrici, e trascinano in un percorso tortuoso in cui il baluginio della luce solare confonde le forme ed i ruoli e rasserena solo per poi scuotere maggiormente fino a condurre allo stato definitivo: l'astrazione quantica.
Ma non si sottovaluti la base, un lavoro eccezionale non secondo ai testi. Il dj (di cui, non me ne voglia, non non conosco il nome) attinge dai migliori Autechre, dal genere grime, (post-) dubstep e fraziona l'aritmetica come Jackson Pollock.
Il disco è da 10 su 10 e già lo candido tra i migliori (se non IL migliore) dell'anno.
Ma alla fine il dubbio resta: l'uomo omologato e l'uomo indipendente riusciranno mai a trovare un punto d'incontro? La realtà sconfiggerà gli audaci.

Potete apprezzare anche la tracklist:
1. Appena risalito dall'abisso,

2. Mi sveglio da straniero in un luogo mai visto prima, tuttavia,

3. Dato che per me è naturale trovarmi spaesato nei non-luoghi,

4. Mi basta udire delle voci lontane per sentirmi a casa ovunque,

5. Permettendomi artifici spontanei,

6. Gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste,

7. Violando le conseguenza che la violazione dei sacri limiti tra due persone comporta...

8. … No, sto sbagliando in qualcosa, il nervoso ed il quieto si alternano freneticamente

9. Dando origine al più incomprensibile dei mali

10. Che mi esaspera fino ad esplodere in realtà molteplici “adesso”.

P.s. Ad onor del giusto, devo evidenziare un errore: l'articolo maschile plurale che precede le parole Uochi Toki non è "i", ma "gli". (Facevo prima a sciverlo in calce che a correggere).

martedì 2 novembre 2010

05111975


Quello che segue è l'estratto di un manoscritto; anche una dedica ai suoi molti Orfani.

Le incomprensioni nacquero sin dallo scambio di informazioni riguardo ai loro interessi: furono schierati da un lato il calcio – ovviamente vissuto da spettatore –, dall'altro la letteratura, il cinema, la musica progressive rock in particolare quella inglese e il nascente (proto-) punk angloamericano, quindi una qualche infarinatura politica/anti-politica e, tanto per chiudere, la pallavolo esercitata su campo. L'imbarazzo provato da chi è stato scoperto a scaccolarsi mentre credeva di non essere guardato cominciò a manifestarsi nell'aria. La ragazza, che nascondeva maliziosamente un ego compiaciuto, propose di prestargli dei libri, tanto per vedere se riusciva a suscitare in lui una qualche sorta di curiosità anche perché, a dirla tutta, desiderava farlo crescere culturalmente abbastanza da poter alimentare il proprio autocompiacimento. Il poi-irrimediabilmente-ecc. fu lieto di accettare. La pedagoga non retribuita tentò di lucidarlo con alcuni testi che presto lui avrebbe dimenticato a) perché avrebbe faticato a seguirli e b) perché in verità – cosa che non le avrebbe mai confessato – annoiato da lessico e sintassi percepiti come troppo articolati (cfr. punto a)), li avrebbe abbandonati molto prima di raggiungere la metà per restituirglieli solo dopo aver atteso un lasso di tempo sufficientemente lungo in modo che un'effettiva lettura da lei sarebbe stata considerata plausibile. Tra i due, quella furba era la ragazza: pur senza menzionare la sua intuizione, non si era certo lasciata prendere in giro dalla puerilità di un insipido quindicenne che aveva farfugliato insensatezze alle domande da lei formulate a proposito dei tomi che le erano appena stati restituiti, perché lei non si sarebbe mai fatta impietosire da un Mi ci sono messo d'impegno, ma non ci ho capito niente, dato che su due/trecento pagine è davvero inverosimile che non una sola frase possa essere compresa da una persona che parli la lingua in cui quelle pagine sono state scritte. Tuttavia, ciò che sancì la netta troncatura, peraltro univoca, tra i due, non fu questo episodio, che a posteriori non designava nulla di così grave, ma una discussione in cui il quindicenne-futuro-impiegato esprimette una mancata deferenza su un avvenimento (un Avvenimento) che l'altra considerava una Tragedia, un Lutto, una Perdita Incolmabile cui l'intero mondo avrebbe dovuto confessare tale e di cui, viceversa, l'intero mondo era da considerarsi fautore. (Dov'è che l'aveva sentito?).
Tre giorni prima che la discussione avesse luogo, il 2 novembre 1975, una donna rinvenne un cadavere sulla spiaggia dell'idroscalo di Ostia. Il cadavere era di Pier Paolo Pasolini. L'aveva scambiato per immondizia, la donna. Così disse, e di questo errore di valutazione il quindicenne, che ascoltava le notizie a lui già note che l'amica gli esponeva con una certa tragicità stonata vagamente riconoscibile in questa qualifica, ne rise pensando a quanto beffarde possano essere le coincidenze: venire violentemente bastonati, investiti dalla propria auto guidata da qualcun altro, morire ed essere scambiati per immondizia nel giorno della commemorazione dei morti è davvero l'esito di un gioco ironico, sghignazzò usando circa questi termini, oltretutto nel giorno del mio compleanno, aggiunse. Che era comico quasi come morire per dissenteria, anche.
L'interlocutrice raggelò, e non solo per l'errata giustapposizione dei termini – in particolare quando diceva «comico»; semmai era «atroce», «umiliante», «evitabile» -; restò immobile e con la bocca impercettibilmente aperta per una certa frazione di tempo riflettendo sulla possibilità di aver travisato, di non aver colto un senso magari celato. I suoi dubbi furono presto spazzati via da un rincaro della dose nel momento in cui l'altro rubò le parole di suo padre per affermare che P.P.P. era un pederasta talmente comunista che anche i comunisti lo schifavano per quanto fosse comunista. Chissà cos'altro avrebbe aggiunto se Pelosi avesse dichiarato la sua versione sin da subito, secondo cui l'intellettuale invocava la madre mentre i suoi aggressori gli spappolavano la faccia e rompevano le ossa per farlo assomigliare quantomeno nella forma all'immondizia che con tanta ostentazione aveva denunciato. La dantesca, dura legge del contrappasso. Non sarebbero mai bastate le sberle che la ragazza aveva avuto voglia di far suonare sulla faccia dell'imberbe, e tanto tempo nessuno lo ha a disposizione. Ebbe quasi un accesso di diplomazia in cui avrebbe evidenziato i punti che suscitavano il suo disaccordo e magari avrebbe potuto approfittare dell'occasione per esporre qualche citazione che, senza dubbio, sarebbe giunta a sostegno al momento opportuno, ma, non avendo pubblico, non lo fece; si limitò a soffocare un insulto, voltarsi e allontanarsi. Le distanze tra i due sarebbero state ripristinate ed estese fino alla privazione del saluto e questo è quanto.


venerdì 1 ottobre 2010

Danilo Arona - L'ombra del dio alato (2003)


Sin da principio non voglio nascondere che pochi libri mi hanno coinvolto come questo di Arona, che già in precedenza mi aveva entusiasmato col successivo, nonché suggestivo romanzo Black Magic Woman, datato 2006. L'ombra del dio alato è invece un saggio tout-court in cui l'autore, avvalendosi dell'interdisciplinarità, rileva una trama unica che sembra collegare strani riti risalenti ad oltre 10 mila anni fa che prevedevano l'uso non specificato di ali appartenenti a grandi volatili (riemerse grazie ad importanti scoperte archeologiche verificatesi intorno agli anni '50) ad alcuni avvenimenti “particolari” che riguardano l'attuale popolazione occupante il pianeta, tutto ruotando attorno alla figura del dio alato che altri non è che Pazuzu, la dispettosa entità che si era indebitamente appropriata del corpo della giovane Regan McNeil (Linda Blair) nel film L'esorcista e che qui funge da fulcro.

«Ormai da molti anni stiamo assistendo a una vasta proliferazione di studi e ricerche su una serie di aspetti misteriosi e irrisolti riguardo il passato dell'umanità. Aspetti che non sempre hanno ricevuto la necessaria attenzione da parte degli ambienti accademici, della scienza cosiddetta “ufficiale” e dell'archeologia tradizionale.»

Con queste parole Arona c'introduce in un mondo, il nostro, che sin dalle prime pagine fatichiamo davvero a riconoscere come tale; la scorrevolezza è tale da confondere leggenda e storia, senza causare troppi problemi relativi alla logica o la veridicità dei fatti. Proprio su questo punto è incentrata la tecnica capace di Arona, merito anche della sua attività giornalistica: per quanto il tutto sia suffragato da una bibliografia archeologica ed esoterica di tutto rispetto, la sua forza sta nella trama quasi (?) romanzata. Criptoarcheologia, clipeologia, esperimenti genetici alle fondamenta della civiltà, piogge sui generis, esperimenti [fanta]scientifici nell'epoca contemporanea, esorcismi, avvistamenti collettivi di creature “sconosciute”; questi sono gli ingredienti di cui sembra andare ghiotto Pazuzu, il demone alato ibridato con rettili cani ed aquile.
Chi non è avvezzo a questi temi, potrebbe trovarsi coinvolto in una lettura seminale ed analizzare la prima delle infinite porte che in seguito avrà voglia di aprire, diffidente o no che sia; chi invece ha già “le mani in pasta”, non troverà grosse novità, ma potrebbe comunque divertirsi scivolando su queste pagine che a tratti profumano di noir.

giovedì 16 settembre 2010

Sofia Coppola - Somewhere (2010)

Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere... nella vita non c'è una trama!
Groucho Marx

Dimostra sin da principio le sue intenzioni, Sofia. Una Ferrari trasporta il suo guidatore su un percorso anulare per molti giri, più di quanti lo spettatore ne voglia vedere, ed il tutto viene registrato da un'angolazione statica, come morta, anzi inanimata, forse parola-chiave, come quella di un sasso. Devo ammettere che poche volte mi sono annoiato in maniera quasi nevrotica ed ho cominciato a consultare l'ora dopo soli dieci minuti dall'inizio della pellicola (ma probabilmente qui c'entrano anche particolari stati d'animo personali), il che alla fine della proiezione mi ha portato a desumere che fosse «uno dei film più merdosi che abbia mai visto». A Sofia Coppola, ai suoi film, in realtà ci sono affezionato e li ho sempre graditi, anche in frangenti particolarmente vuoti, e questo perché ammiro la sua capacità di armeggiare con la semplicità e l'innocenza – tant'è che se dovesse essere associata ad una tecnica pittorica, quella tecnica sarebbe il pastello.
In verità solo a distanza di molte ore, quando il pensiero si è ritrovato faccia a faccia col telo neuronale del cinema, un senso si è reso leggibile. Potrei quasi affermare che Somewhere è un film che piace (o potrebbe piacere) a posteriori, dopo la fine; è l'estremizzazione, la scrematura, il risultato oltranzista tratto dalla struttura dei suoi precedenti lavori (Lost in traslation in particolare, ma anche Marie Antoinette – a riguardo, si veda questo parere, anche se poco si sposa con le considerazioni qui indicate), e in questo caso abbandona totalmente i decori della trama – ad eccezione dell'inserimento puramente decorativo, appunto, pressoché casuale di un paio di videoclip musicali – ponendoci di fronte ad una realtà talmente «nuda et cruda» e scarna che potrebbe essere rilevata come una qualunque esistenza del mondo reale, in cui la celluloide non è che un lavoro, e in fondo, a dispetto della remunerazione che consente la concessione di vari lussi, neppure granché gratificante.
È un pezzetto irrilevante della vita di Johnny Marco, quello a cui Sofia ci inchioda senza prometterci “intrattenimento” (anzi!), famoso attore hollywoodiano che conduce una vita quasi disegnata sull'asserzione «i soldi non fanno [dubbio dell'autore, o «danno»?] la felicità»: divorziato, milionario (ovviamente in $), guida una Ferrari che odierete da subito, e nei suoi confronti non c'è donna che non si offra carnalmente (ad avallare che è un uomo che non deve chiedere... mai! [cit.]) perché succube del fascino dei belli e famosi (e Ferrari).
Come anticipato, non c'è una trama dominante, si potrebbe quasi definire un film “orizzontale” in quanto non ci sono eventi di particolare rilievo, ma solo le piccole occupazioni quotidiane; proprio queste occupazioni descrivono il personaggio, la sua inerzia, la fragilità emotiva suffragata dalla falsità dei suoi collaboratori (si noti i complimenti sul «bell'aspetto» che gli vengono rivolti quando questo non è attribuibile ad aggettivi positivi). È proprio quest'iniziale assenza della componente idilliaca tipica di Sofia che inizialmente lascia spaesati i suoi aficionados, quando la donna è rappresentata in vesti provocanti, succinte, quasi volgari, “venduta” a chi magari può garantirle un tenore di vita invidiabile mediante una supposta spintarella. Chi ridimensionerà in maniera speculare ed antitetica il quadro generale sarà Cleo, l'adolescente figlia del protagonista, che con la sua innocenza occuperà le ore dell'attore rompendo la routine a cui egli si era abbandonato fino a non ottenere piacere persino dal sesso (si veda la scena in cui si addormenta un attimo prima di dedicarsi ad un cunnilingus).
Per l'aspetto tecnico si può sottolineare una fotografia diametralmente opposta al precedente Marie Antoinette, il gusto si allontana dai colori chiari velati e vitali e viene sostituito da tendenze vintage, se non amatoriali. La regia è sostanzialmente piatta, probabilmente per una sinergia metodista volta ad una finale coerenza di intenti.
Non ho molto gradito il breve scambio avvenuto nell'ascensore tra Johnny e Benicio Del Toro, degno dei cosiddetti cinepanettoni. Non ho gradito soprattutto la presenza di Laura Chiatti, incapace addirittura di doppiare le due frasi assegnatele, ma tant'è.
In definitiva, anche se dopo un'iniziale raccapriccio l'ho rivalutato comprendendo, forse, le intenzioni affatto scialbe, il risultato è mediocre e poco incisivo. Non è certo un film che sarà molto citato in futuro ma, a giudicare anche dai commenti dei miei sconosciuti vicini di poltrona, se siete maschi, o comunque vi piace il sesso debole, e volete vedere un po' di fica senza tante storie di troppo e senza scadere nel brutale porno (quindi approfittate e proponetelo alle vostre fidanzatine!), questo film potrebbe fare al caso vostro. Dosi e sostanze consigliate per l'assunzione: uno virgola cinque litri di caffè.

venerdì 10 settembre 2010

Besnard Lakes - The Besnard Lakes Are The Roaring Night (2010)


Dei Besnard Lakes non so assolutamente nulla. Detto questo, mi pare ovvio che non farò una ricerca su internet per poter scrivere chi sono, da dove vengono, da quanto suonano (anche se mi pare di aver inteso da qualche parte che sia il loro primo album, ma non ne sono assolutamente certo) perché sono dati che i curiosi hanno certamente facoltà di scoprire da soli. Preferisco di gran lunga soffermarmi sulle impressioni che mi hanno mosso.
Questo, miei cari, è un disco che, pur essendo uscito nell'ormai lontano marzo, vive in simbiosi con questa estate che mi sta atterrendo d'afa e toglie il respiro in questo insalubre posto che è la pianura padana (“solo la nebbia...”). Ma torniamo al disco.
Più di una traccia trova analogie col desert-rock, più che per la tecnica che nulla, difatti, con questo ha in comune, per le atmosfere evocate. È impossibile non immaginarsi in una California acida post '70 a bordo di un caravan senza aria condizionata, coi finestrini abbassati, il vento caldo che ti lecca la faccia, le mutande che ti s'incastrano tra le chiappe, il petto nudo, abbronzato, muscoloso (se proprio devi immaginarti, pensati muscoloso), imperlato dal sudore, con al tuo fianco una bionda mezza nuda in hot pants e reggiseno che di tanto in tanto rimette al loro posto gli occhiali da sole che il sudore fa scivolare dal naso. Sei su una highway diretta verso sud, verso il Messico. La strada è spopolata, ai lati il deserto. Il sole alle 15 picchia come Bruce, ma tu hai di che rinfrescarti grazie alla scorta di Desperados che ci hai nel frighetto di questo fottuto camper arrugginito dalle intemperie. Ad un certo punto decidi di fermarti per sgranchirti le gambe, dato che guidi da quattro ore. Sebbene potresti sostare anche tra le due carreggiate, accosti a lato, spegni il motore. Fai appena in tempo a tirare la maniglia della portiera che la bionda già s'è proiettata verso di te e dal suo atteggiamento capisci che vuole farti una pom...
E che cazzo, andate via! Lasciateci un po' di intimità, no?
Io gli strumenti ve li ho consigliati; adesso la storia potete farvela da soli.

P.s. - A dirla tutta, ho poi scoperto che per i calienti canadesi questo è il loro terzo album. Ciao.

martedì 17 agosto 2010

giovedì 8 luglio 2010

Luc Bürgin - Archeologia Eretica (2003)

Circa cinque, se non sei anni fa, su un quaderno segnavo questo titolo con l'intenzione di acquistarlo in seguito. Non saprei dire quale fonte dell'epoca avesse ispirato la mia curiosità nei confronti di questo testo capeggiato da un titolo che, quantomeno mnemonicamente, richiama quelli usati dal fortunato-quanto-risibile Dan Brown; fatto sta che, poco tempo fa, avevo trovato il suddetto libro scontato del 65% su IBS, al che l'ho ordinato. Come dichiarato dalla prima di copertina (graficamente elaborata, presumo, come dimostrazione pratica di esempio da non emulare), intenzione dell'autore è quella di trattare e diffondere argomenti che, a suo dire, riferiscono “scoperte che sconfessano l'archeologia ufficiale”. Ed ecco che, già dall'introduzione, Bürgin adotta un linguaggio quasi messianico:

Dimenticate ciò che vi hanno insegnato a scuola. Rimuovete ciò che vi è stato inculcato. Rifuggite i libri di testo: la storia del nostro passato più remoto non è quella che vi hanno raccontato.

Nonostante le duecento e più pagine, che tradiscono per mezzo dell'uso di un carattere piuttosto grande e dell'inserimento di fotografie (oltretutto non Sempre eclatanti) dei reperti, il libro lo si scorre velocemente, scivolando verso la conclusione con una semplicità eccessiva nell'arco di poche ore; che il target sia costituito da adolescenti smaniosi, casalinghe annoiate o impiegati che necessitino di qualche brivido per poter affrontare dignitosamente la seguente settimana lavorativa? Seppure i reperti menzionati generalmente destano grande interesse anche solo empiricamente, senza voler scomodare ostinatamente la scienza, un'ondata di superficialità pervade le pagine del testo dall'inizio fino all'epilogo, trovando sfogo in una scrittura banale e didascalica, suppongo più per demerito dell'autore che per quello di Fabrizia Fossati, la traduttrice. Come già annunciato, il lettore non si annoia, ma già alla fine del primo capitolo si chiede (o perlomeno dovrebbe): tutto qua? Pagina dopo pagina cresce l'attesa di una rivelazione, una scoperta, un evento – sia esso pure un mattone caduto in testa al giornalista/scrittore – ma tutto viene mitigato da supposizioni che, pur essendo frutti di intuizioni altrui, non trovano né fonte né approfondimento; tutto è campato per aria, come se l'impressione più fantasiosa che è stata suscitata sia palese e non necessiti di riscontro scientifico. Un esempio definitivo è quello del diciassettesimo capitolo, Una rampa di lancio di cinquemila anni fa? Nella provincia cinese di Qinghai è stata ritrovata – chissà quando la prima volta, dato che Bürgin non ce lo riferisce – una strana struttura piramidale, sul Monte Baigong, alta 50-60 metri risalente, in base alle analisi effettuate, a cinquemila anni fa. Riporta Bürgin da un estratto della rivista Spiegel dell'8 luglio 2002: “presenta tre cavità con aperture triangolari e – a quanto pare – contiene tubi dipinti di rosso. Nei pressi sarebbero disseminati rottami arrugginiti in metallo, pietre e tubi dalla forma assai singolare, che penetrano nella montagna e in un vicino lago di acqua salata”. Segue poi uno sproloquio che no fa che ripetere i dati già riportati nella prima parte del capitolo fino ad affondare e scemare nel ritrovamento di piramidi cosparse sull'intero territorio cinese, e di ciò che lascia intendere dell'origine dell'idea che la prima struttura fosse una rampa di lancio non c'è esplicazione. Ma non è questa l'unica formula evasiva adottata dallo scrittore, che spesso scade in accuse e supposizioni degne del gossip di peggior stampo. Bensì la strategia preferita, e più volte ripetuta, è quella della stesura di argomenti riguardanti reperti che “presto” saranno analizzati e daranno risposta alle nostre domande. Un anticipare i tempi, quindi, affinché la conclusione debba mancare inevitabilmente, a prescindere dalla volontà o dallo studio di chi “al momento” ne scrive.
Bürgin, nel suo metodo, non conosce analisi e, pur proponendo argomenti affascinanti per loro stessa natura, riesce a privar loro di qualunque importanza. Più volte, infatti, accenna ad un presunto creazionismo, distante dalla concezione filo-cattolica pur ribadendo che l'uomo sia nato uomo, non scimmia; ma affiancando tale affermazione a nessun assunto, come ad esempio può essere quello sostenuto dagli antichi assiri, è inevitabile che il vigente darwinismo lo tacci di stupidità, anziché di follia. L'uomo che si è introdotto con toni messianici, come di consueto in tutti i dogmi, prontamente è caduto incespicando nei propri piedi.
In definitiva Archeologia Eretica, ad eccezione del quinto capitolo trattato con integrità, è un testo pervaso da futile fantasia che danneggia, anziché supportare, le tesi in quantità e qualità sempre maggiori che sembrano sostenere l'idea secondo cui la genesi e la storia dell'uomo sia differente dalla verità ufficiale. Idee che, se dovessero rivelarsi attendibili, non credo cambierebbero realmente la nostra quotidianità, ma che offrono continuamente spunti che alimentano la fantasia dei curiosi e che stuzzicano l'intelligenza di chi è gonfio della muffa che il mondo copiosamente offre.