Prima di bruciare vivo il geniale e profondo Vanini, gli strapparono la lingua, perché egli, con essa, aveva bestemmiato Dio. Confesso che, quando leggo simili cose, mi vien voglia di bestemmiare questo Dio.
Arthur Schopenhauer
Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post

martedì 28 giugno 2011

Pygmy Lush - Old Friends (2011) ovvero come la musica sia giustamente soggetta ad evoluzione


La prima volta che sentii musica screamo (credo circa tre anni fa), non ricordo che gruppo fosse, ma ricordo il disappunto che suscitò in me. “Non è musica, questa” affermavo forte dei Napalm Death di Scum e From Enslavement to Obliteration. Un po' alla volta, forse per deridere il genere, forse per sfidare il mio apparato uditivo, cominciavo ad incrementare gli ascolti verso questa direzione ed imparavo di stare sbagliando quando, platonicamente, incontrai La Quiete – “che non vuol dire calma, relax [cit.]” - e l'amore mi pervase. Presto seguirono Saetia, Orchid quindi Ampere, Loma Prieta, Funeral Diner fino a trovare i capostipiti One Eyed God Prophecy, Union of Uranus, ecc... Procedendo per gradi, insomma, e avendo scoperto quanto tutto ciò mi strizzava l'occhio svelando siffatta congenialità, sono diventato un vero appassionato del genere, tant'è che oggi concedo molto meno spazio all'hc che un tempo troneggiava fiero ed indiscusso nei miei padiglioni auricolari.
Molto recente è stato l'approccio ai Pg.99, screamo band massiccia con pesanti influenze metal che, scioltasi, ha lasciato convergere alcuni dei componenti verso i Pygmy Lush, questi ultimi esorditi nel 2007 con un disco decisamente anticonvenzionale in cui alternavano pezzi di caotico post-hardcore a pezzi indie-folk che inducono ad una molto gradevole destabilizzazione dell'ascolto. Il 2008 i Pygmy Lush lo consacrarono all'indie-folk buttando fuori Mount Hope: album imperdibile per conciliarsi col proprio universo interiore.
Nel 2009, in uno split con le Turboslut, i PL rispolverarono caos e distorsori riproponendo l'alternanza di situazioni già vista due anni prima. Ma nel 2011, con Old Friends, sono tornati ad accarezzare gli strumenti sussurrando di atmosfere più intime e cupe (Penny On My Deathbed), come se fosse il risultato dell'estremizzazione dello screamo. Ecco che tutto si ricollega.
In definitiva, sono rimasto così piacevolmente colpito dai PL che ultimamente fatico a non ascoltarli e trovo ingiusto fingere di ignorarli, inoltre mi hanno anche spinto a risentire altri album folk che avevo da anni ma che tuttavia un po' snobbavo.
Senza evoluzione non c'è vita: la prossima volta che un vecchio babbione dirà che i Beatles o i Pink Floyd sono il miglior gruppo di sempre, gli tirerò un pugno sul grugno senza aggiungere altro. E a chi dirà che Jimi Hendrix sia il miglior chitarrista di tutti i tempi succederà lo stesso. Anche voi fareste bene a seguirmi negli intenti perché, se ci attachiamo a certe stronzate, allora nessun altro avrebbe dovuto fare musica dopo la morte di Mozart.


Old Friends Tracklist:

01. Yellow Hall 04:06
02. Chance 03:42
03. Good Dirt 04:20
04. In A Well 02:41
05. Night At The Johnstown Flood 02:53
06. I'll Wait With You 05:30
07. Penny On My Deathbed 03:04
08. A Weird Glow 02:16
09. Admit 03:02
10. Old Friends 04:07
11. January Song 02:39
12. Pals 07:09

lunedì 6 giugno 2011

Carlito - Carlito (2010)


In seguito allo scioglimento, trovandosi orfani del fondatore, gli ex componenti dei C.S.C.H. hanno deciso di portare comunque avanti il progetto preservandone l'attitudine e il sound cambiando tuttavia connotati. I Carlito, quindi, sono un gruppo nuovo già rodato. Ma chiudiamo qui le presentazioni, ché in fondo poco contano.
Come ama definirlo il chitarrista Cesare, lo stile dei Carlito è un “hardcore ignorante” incline al rock'n'roll, simile a quello dei Redrum, aggiungo io. In sostanza la scuola è quella degli Zeke: ritmi serrati, riff di chitarra carichissimi, bending, durata media dei pezzi intorno ad 1,40 minuti.
Anche se non appartengono proprio alla frangia HC che preferisco a causa delle influenze r'n'r, personalmente posso dire di aver apprezzato in particolare le ultime tre tracce per le melodie e l'evidente ispirazione (e qui c'è anche da evidenziare la partecipazione di un chitarrista esterno sul solo de “La Regina”). Non so se la produzione sia DIY o meno, ma resta il fatto che gode di una registrazione ed un missaggio di tutto rispetto e di un giusto equilibrio tra i volumi degli strumenti e voce come non accade spesso nell'ambiente (come avevo detto, non sono principianti).
Probabilmente non portano grosse novità nel genere, ma la genuinità del risultato è garantita e decisamente godibile. Del resto l'HC old school sembra essere intramontabile.
Ice Cold Beer!

Tracklist:
01. Aiuto aiuto
02. Inevitabile
03. Defaticamento
04. Il bulgaro
05. Solo
06. La fama
07. Non ti servo più
08. Maledetto Benedetto
09. Why Cesare? ...Because yeah!
10. La regina

lunedì 14 febbraio 2011

Mitochondrion – Parasignosis (2011) [Reprise]


Ostinarsi a voler inquadrare un gruppo musicale in determinati generi è una cosa tanto inutile quanto sciocca. Questo lo so. Anzi, sono il primo a dirlo, ma sono il primo anche a tradirmi. Sì, perché con iTunes, sotto la voce “genere”, dispenso tag ad ogni singolo gruppo spesso (molto spesso, in verità) anche multiple separando con una virgola le une dalle altre e talvolta, non sapendo appioppare un genere ad alcune bands, fuggo le asperità chiedendo asilo a Last.fm, anche se non sempre è di vero aiuto. Che volete farci... come per ogni altra arte, quella della musica è anche questo. Quantomeno per i maniaci. Se volete farvi un'idea di cosa sto parlando, mi trovo dunque costretto a specificare che Parasignosis è un mix tra death e black metal che giova, qua e là, di qualche spruzzata grind.
Il disco è massiccio, i ritmi serrati, il missaggio quasi claustrofobico. Come ogni metallaro tendenzialmente adulatore nei confronti del sovrannaturale (non necessariamente nell'accezione positiva del termine – e il trittico introduttivo “Pestilentiam Intus Vocamus, Voluntatem Absolvimus” può ben documentarlo), i latinismi nei titoli delle tracce giocano in difesa, tanto per adottare una terminologia calcistica, preservando la tradizione del genere. Ciò che suscita una reale e più significativa attenzione, però, è l'attacco: il consueto intro/verso/ritornello ce lo possiamo dimenticare perché ogni pezzo è in continua evoluzione, i riff si accavallano, la velocità varia continuamente da veloce a velocissimo per rallentare solo in poche occasioni accuratamente create, episodici arpeggi/tappeto quasi impercettibili dilatano i tempi fino a varcare anche la soglia dei 10 minuti.
Aperta parentesi. Negli ultimi 15 anni il metal ha appeso borchie, pantaloni di pelle e chiodo al chiodo [ahaha, una battuta scontata come questa non potevo farmela sfuggire!] per evolversi e sfondare le porte della ridondanza di matrice '80 addentrandosi in confini sempre meno individuabili. Se pensiamo a gruppi quali Neurosis, Pelican, Isis, può subito apparirci chiara la differenza che corre tra questa strana e polivalente frangia di esistenzialisti e gli ubriaconi festaioli à la Iron Maiden, Judas Priest (buargh!), Motley Crue (BUARGHHH!!!). Tutto questo è stato possibile grazie ai Tool prima – che peraltro non apprezzo moltissimo -, e grazie a chi da questi ha ricevuto l'input giusto poi. Da qui il metal ha ottenuto un sound più profondo, più robusto, qualcosa che, invece di farti sanguinare le orecchie con gli acuti, fa tremare la terra sotto ai piedi con le onde basse; l'accanimento verso velocità e ostentazione virtuosistica si è affievolito lasciando più spazio alla sperimentazione e alla composizione; la raffinatezza intellettuale, anche se spesso ossessionata dalle visioni apocalittiche care ad un certo genere di folk di cui tempo fa parlai, ha soppiantato la rudezza fine a sé stessa. Un discorso a parte merita il metal che ha vissuto in simbiosi con l'hardcore instaurando con quest'ultimo uno scambio reciproco di attitudini partendo dai Metallica del 1983, passando per gli Slayer e definitivamente scosso dai Napalm Death (laudati siano). Chiusa parentesi.
Su tutti, spiccano i pezzi Tetravirulence (terzo atto della trilogia pestilenziale) e, nomen album, Parasignosis. Chiaramente, non siamo di fronte ad un disco epocale, bensì ad un prodotto di molto buona qualità anche da un punto di vista tecnico. Tra l'altro se il cantato growling fosse stato suino un solo punto in più, tipo 2 Minuta Dreka, l'avrei cestinato senza esitazione alcuna, ma ancora siamo nell'ambito della decenza. A questo punto c'è da aggiungere un'ultima cosa: solo Burzum e i suoi discepoli giocano il ruolo di irriducibili per difetto di loro stessa natura, ma anche nel metal puramente estremo (quindi non parlo degli esperimenti di Amesoeurs o Nachtmystium) si sta muovendo qualcosa verso direzioni meno canoniche. Se prendiamo atto di questo, allora non ci resta che tenere le orecchie ancora più tese e cominciare col non farsi scappare questa piccola perla.
Cthulhu save the metal!

Tracklist
01. Plague Evockation (pestilentiam Intus Vocamus, Voluntatem Absolvimus Part I),
02. Lex Ego Exitium (pestilentiam Intus Vocamus, Voluntatem Absolvimus Part Ii)
03. Tetravirulence (pestilentiam Intus Vocamus, Voluntatem Absolvimus Part Iii)
04. Trials
05. Rift/apex
06. Parasignosis
07. Banishment (undecaphosphoric)
08. Kathenotheism
09. –
10. -
11. Ambient Outro

martedì 8 febbraio 2011

Mitochondrion – Parasignosis (2011)


«Pochi giorni fa abbiamo parlato del mitocondrio, quindi riassumiamo le proprietà di questo organulo per introdurre l'argomento di oggi ché, nella maniera in cui poi vedremo, ad esso è legato.
«Come abbiamo esaminato, il mitocondrio è un organulo che può essere lungo da 1 a 4 micron (µm) e può misurare un diametro che varia da 0,2 ad 1 micron; si presenta con forma a fagiolo ed è sito nel citoplasma che circonda il nucleo delle cellule animali; è preposto alla produzione di energia e svolge la respirazione cellulare, quindi ne regolarizza il ciclo e sviluppa calore. Tuttavia, vi avevo già detto che il tema di oggi non sarebbe stato questo, pertanto non ci interessa rivedere nei dettagli la sua funzione – la quale, dopo la scorsa lezione, sono certo voi tutti conosciate. Oggi, invece, vedremo cosa il mitocondrio ha da raccontarci.
«Partiamo dal 1987, anno in cui i genetisti dell'Università di Berkeley Ca Allan Wilson e Mark Stoneking resero pubblici in sincronia con la dottoressa dell'Università delle Hawaii Rebecca Cann i risultati delle loro ricerche sul DNA mitocondriale. Furono analizzate 147 donne appartenenti a razze differenti ed ubicate in regioni geograficamente molto distanti tra loro, in modo da campionare l'intera popolazione mondiale; secondo gli assunti di questi ricercatori, ciascun individuo eredita i mitocondri esclusivamente dalla linea femminile e il DNA mitocondriale di ogni soggetto analizzato dimostrerebbe che tutta l'umanità contemporanea discende da un'unica donna (poi definita Eva mitocondriale) vissuta circa 150.000 anni fa e che la filogenia riteneva essere collocata in Sudafrica. Come era lecito aspettarsi, nel mondo accademico si creò una divergenza più o meno netta tra chi denigrava i promulgatori della Eve Connection e chi invece li acclamava.
«A distanza di qualche lustro, altri ricercatori suffragarono ed ampliarono questa teoria. Nell'ottobre del 1999 Himla Soodyall e Trefor Jenkins, entrambi scienziati dell'Università di Johannesburg, analizzando campioni genetici prelevati dal popolo del Khoisan (il più antico gruppo autoctono sudafricano), rinvennero le tracce dell'Eva mitocondriale. Nel dicembre del 2000, invece, Ulf Gyllesten dell'Università di Uppsala irrobustì ulteriormente le precedenti tesi dell'Eve Connection dirigendo una ricerca molto accurata e pubblicata sulla rivista scientifica Nature; fu esaminata la configurazione dell'intera sequenza di DNA mitocondriale di cinquantatré persone appartenenti a diverse etnie dei cinque continenti ed emerse che l'origine africana dell'Homo Sapiens fosse palesata da quattro linee ereditarie del DNA mitocondriale, di cui le tre principali sarebbero originarie dell'Africa subsahariana e la quarta, meno rilevante, di derivazione sia africana che non. Per giunta, si riscontrò che la matrilinearità mitocondriale fosse molto più varia nell'Africa nera rispetto a quella della popolazione degli altri continenti. Questo, se dovessi approfondire un certo aspetto dell'argomento che ora non voglio affrontare, potrebbe spiegare perché la maggior parte della popolazione accetta una condizione sociale che non si può definire esattamente “ottimale”. Ma adesso siamo nel campo della mera speculazione, dunque passiamo oltre.
«Cosa emerge da questo? Emerge che, se la teoria dell'Eva mitocondriale fosse esatta, la razza umana che, tra i 100.000 e i 200.000 anni fa, uscì dall'Africa per occupare il resto del mondo annientò le altre specie di ominidi ed umani che ebbero la sfortuna di trovarsi sulla strada di questa nuova stirpe, incluso l'uomo di Neanderthal che, per un un certo periodo, fu erroneamente considerato antenato dell'Homo sapiens. Se questa osservazione dovesse sembrarvi eccessiva, vorrei ricordarvi come gli europei hanno annientato quasi del tutto i cosiddetti “indiani d'America” dal momento in cui hanno invaso i territori dove i nativi erano stazionati.
«Un altro aspetto della questione lo dobbiamo affrontare esaminando – o, per meglio dire, ri-esaminando – l'evoluzionismo darwiniano. È circa dal 1871 (anno in cui Darwin pubblicò L'origine dell'uomo) che è ufficialmente riconosciuta la nostra discendenza (Homo sapiens sapiens) dalle scimmie primordiali; questo è avvenuto perché ci si è sempre affidati, spesso in maniera pedissequa, a quanto Darwin affermava nel suo libro. Ciò non significa che il fondatore dell'evoluzionismo fosse fuori rotta, bensì che fosse il capostipite, il conduttore di ricerche seminali che, usate come fondamento, avrebbero poi dovuto avvicinare ad una verità sempre più solida ed esplicativa. Tuttavia, a causa di alcuni suoi seguaci trovatisi in errore, ancora oggi viene insegnato a nome di Darwin che l'uomo discende dalle scimmie senza soffermarsi su quel dato che lo stesso ricercatore non poté diffondere perché non riuscì a decodificare: l'enigma di ciò che egli definì “anello mancante”, il quale fino a che non fosse stato risolto era ben conscio di non poter considerare conclusa l'indagine sulla genesi della specie.
«È un problema che ancora oggi non è stato circoscritto, nondimeno alcune ipotesi sull'evoluzione sono state escluse con argomentazioni alquanto convincenti. A questo proposito si possono citare, ad esempio, alcune scoperte archeologiche di rilevanza pari a quelle scientifiche fino ad ora viste. Nel 1857, nella valle di Neanderthal, nei pressi di Düsseldorf, fu rinvenuto lo scheletro di un ominide dalla posizione non ancora eretta, la fronte bassa, la mascelle sporgenti e la corporatura robusta. Fu definito, nomen omen, uomo di Neanderthal, e fu la razza di ominidi maggiormente diffusa nel Paleolitico. In seguito ad altri ritrovamenti in Europa, Asia ed Africa la loro origine fu collocata cronologicamente in un epoca antecedente al 70.000 a.C. e si ritenne che fossero il risultato di un graduale processo evolutivo scaturito, a partire dal 300.000 a.C., da una primitiva forma di Homo erectus.
«Appena undici anni dopo, in Francia, a Cro-Magnon, furono recuperati i primi resti di Homo sapiens: alti, eretti, con una scatola cranica più ampia e diversamente strutturata rispetto a quella dei Neanderthal, gli uomini di Cro-Magnon vivevano in una società più avanzata e possedevano uno spirito intellettuale maggiormente accentuato, come si evince dalle loro espressioni artistiche, dai vestiti e dallo stile di vita da essi condotto. Anche se intorno al 35.000 a.C. pare che l'Homo sapiens e quello di Neanderthal si siano incrociati, nel luglio 1997 Svante Pääbo e la sua equipe dell'Università di Monaco riuscirono ad estrarre il DNA da un frammento osseo di un Neanderthal, le cui analisi fecero cadere l'ipotesi dell'ibridazione tra le specie e rivelarono una differenza genetica così importante che, se davvero fosse esistito un antenato ancestrale comune, era talmente lontano da essere un dato stimato ormai marginale.
«L'ufficiale quadro evoluzionistico era già stato minato sette mesi prima, quando sull'isola di Giava furono portati alla luce dei teschi vecchi di circa 40.000 anni che possedevano i connotati dell'Homo erectus che, fino a quel momento, si credeva estinto da almeno 200.000 anni.
«Eccoci, dunque, al cuore della questione: se l'Homo erectus e l'uomo di Neanderthal hanno convissuto 40.000 anni fa e il Neanderthal, a sua volta, con l'Homo sapiens 35.000 anni fa, si può desumere che ciascuno di essi non è l'evoluzione dell'altro ma, anzi, una forma separata come lo è la tigre dal lupo.
«Tra il 1911 e il 1972 in Tanzania, Kenya e Sudafrica vennero esumati i resti di antichi ominidi non compatibili con le tradizionali conoscenze dell'evoluzione, dunque la loro provenienza fu trascurata. Malgrado ciò, nel 1974, l'archeologo Donald Johanson dell'Università di Chicago scoprì in Etiopia, ad Hadar, un gruppo di ossa appartenenti ad un primate femmina destinato a diventare celebre col nome Lucy. Successivamente vennero portati alla luce i resti di altri tredici esemplari che, insieme a Lucy, vennero fatti risalire a ben 3,5 milioni di anni a.C. e presero il nome di “Prima Famiglia”; poco distante dal luogo del ritrovamento, furono individuati alcuni utensili di pietra ed impronte risalenti allo stesso periodo. La parte interessante è che, vista la loro forma, le impronte non sembravano appartenere ad un ominide qualunque: arcata plantare elevata, talloni arrotondati, avampiedi pronunciati ed alluce allungato le caratterizzavano e distinguevano dalle altre razze preistoriche in cui, fino ad allora, ci si era imbattuti. Come sia possibile che oltre 3 milioni di anni fa fosse esistita una specie più evoluta del più recente uomo di Neanderthal è tutto da verificare, ma, procedendo per esclusione, soprattutto grazie alle informazioni rivelate dal mitocondrio, possiamo affermare con una certa attendibilità che ci siamo quantomeno dislocati dall'erronea interpretazione divulgata dai seguaci di Darwin.
«Ho insinuato abbastanza dubbi? Avete domande? ...Tu. Tu coi capelli lunghi. Prego.»
«Ma... questo non è il corso di Storia Moderna e Contemporanea di Growling ad Oltranza?»


Spunti e dati sono stati tratti per la maggior parte da:
L'ombra del dio alato di Danilo Arona
Le misteriose origini dei re del Graal di Laurence Gardner.

martedì 16 novembre 2010

Uochi Toki - Cuore Amore Errore Disintegrazione (2010)


Sin dalla sua alba, l'uomo si è posto degli interrogativi che – ad ammetterlo ci si deprime – a distanza di milioni di anni sono rimasti tali, salvo i casi in cui le grandi speculazioni intellettuali (nonché intellettualoidi) hanno abbindolato una grande, enorme percentuale delle unità appartenenti alla razza umana plasmando così un mondo succubo a pochi poteri ben accentrati che impiegano rami periferici con peculiarità nulla più che rappresentative di una libertà di scelta che – manco a dirlo! - altro non è che l'ennesima illusione.
Una citazione a caso:
Milioni di libri scritti su ogni concepibile argomento da tutte queste grandi menti, e alla fine nessuno di loro sa più di me sui grandi misteri della vita. Ho letto Socrate, sapete? Schiappettava i ragazzini greci; che diavolo ha da insegnare a me?
Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e perché siamo, veniamo ed andiamo. Queste non sono domande, ma tormenti che hanno frustrato l'uomo da sempre e l'hanno spinto a credere nelle più bizzarre teorie, nessuna delle quali può essere appurata come vera né falsa. Vivere ed emergere dall'oscurità, risalire verso la coscienza, sia essa pure parziale, di sé e del mondo è una fatica intollerabile che necessita di un supporto esterno, interno, spirituale, parascientifico. Forse da qui è nata la magia, un modo per capire e vivere in simbiosi con gli altri e con il mondo. Ed è proprio la magia, l'essere mago, il contatto significativo che il mago vuole esercitare sul mondo il tema centrale del nuovo disco dei Uochi Toki (che non devo presentare, vero?). C'è in questo un intento esoterico, un'espressione che decanti forze ancestrali pre-umane? No, affatto! Anzi, probabilmente sì, perché per avere un sano contatto con la vita essoterica, con le persone comuni, per dare luogo ad un libero scambio di idee con esse è davvero probabile che l'unico mezzo che dia adito a questo sia di natura esoterica, ciò preclude un indispensabile nutrimento che consenta un'attenta osservazione, rilevazione che trasli l'uomo essoterico ad un livello superiore, financo super-uomo.
Con Cuore Amore Errore Disintegrazione, i Uochi Tochi proseguono la loro strada aperta non già con il precedente (cupo, introspettivo) Libro Audio, ma con l'ottimo La Chiave Del 20, un concept album registrato insieme agli Eterea Postbong Band nell'ormai lontano 2007. Quest'anno hanno raggiunto la vetta, la piena maturità; stupiscono, fanno clamore, fanno pensare. Le liriche di Napo sono eccellenti, originali, quasi rivelatrici, e trascinano in un percorso tortuoso in cui il baluginio della luce solare confonde le forme ed i ruoli e rasserena solo per poi scuotere maggiormente fino a condurre allo stato definitivo: l'astrazione quantica.
Ma non si sottovaluti la base, un lavoro eccezionale non secondo ai testi. Il dj (di cui, non me ne voglia, non non conosco il nome) attinge dai migliori Autechre, dal genere grime, (post-) dubstep e fraziona l'aritmetica come Jackson Pollock.
Il disco è da 10 su 10 e già lo candido tra i migliori (se non IL migliore) dell'anno.
Ma alla fine il dubbio resta: l'uomo omologato e l'uomo indipendente riusciranno mai a trovare un punto d'incontro? La realtà sconfiggerà gli audaci.

Potete apprezzare anche la tracklist:
1. Appena risalito dall'abisso,

2. Mi sveglio da straniero in un luogo mai visto prima, tuttavia,

3. Dato che per me è naturale trovarmi spaesato nei non-luoghi,

4. Mi basta udire delle voci lontane per sentirmi a casa ovunque,

5. Permettendomi artifici spontanei,

6. Gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste,

7. Violando le conseguenza che la violazione dei sacri limiti tra due persone comporta...

8. … No, sto sbagliando in qualcosa, il nervoso ed il quieto si alternano freneticamente

9. Dando origine al più incomprensibile dei mali

10. Che mi esaspera fino ad esplodere in realtà molteplici “adesso”.

P.s. Ad onor del giusto, devo evidenziare un errore: l'articolo maschile plurale che precede le parole Uochi Toki non è "i", ma "gli". (Facevo prima a sciverlo in calce che a correggere).

venerdì 10 settembre 2010

Besnard Lakes - The Besnard Lakes Are The Roaring Night (2010)


Dei Besnard Lakes non so assolutamente nulla. Detto questo, mi pare ovvio che non farò una ricerca su internet per poter scrivere chi sono, da dove vengono, da quanto suonano (anche se mi pare di aver inteso da qualche parte che sia il loro primo album, ma non ne sono assolutamente certo) perché sono dati che i curiosi hanno certamente facoltà di scoprire da soli. Preferisco di gran lunga soffermarmi sulle impressioni che mi hanno mosso.
Questo, miei cari, è un disco che, pur essendo uscito nell'ormai lontano marzo, vive in simbiosi con questa estate che mi sta atterrendo d'afa e toglie il respiro in questo insalubre posto che è la pianura padana (“solo la nebbia...”). Ma torniamo al disco.
Più di una traccia trova analogie col desert-rock, più che per la tecnica che nulla, difatti, con questo ha in comune, per le atmosfere evocate. È impossibile non immaginarsi in una California acida post '70 a bordo di un caravan senza aria condizionata, coi finestrini abbassati, il vento caldo che ti lecca la faccia, le mutande che ti s'incastrano tra le chiappe, il petto nudo, abbronzato, muscoloso (se proprio devi immaginarti, pensati muscoloso), imperlato dal sudore, con al tuo fianco una bionda mezza nuda in hot pants e reggiseno che di tanto in tanto rimette al loro posto gli occhiali da sole che il sudore fa scivolare dal naso. Sei su una highway diretta verso sud, verso il Messico. La strada è spopolata, ai lati il deserto. Il sole alle 15 picchia come Bruce, ma tu hai di che rinfrescarti grazie alla scorta di Desperados che ci hai nel frighetto di questo fottuto camper arrugginito dalle intemperie. Ad un certo punto decidi di fermarti per sgranchirti le gambe, dato che guidi da quattro ore. Sebbene potresti sostare anche tra le due carreggiate, accosti a lato, spegni il motore. Fai appena in tempo a tirare la maniglia della portiera che la bionda già s'è proiettata verso di te e dal suo atteggiamento capisci che vuole farti una pom...
E che cazzo, andate via! Lasciateci un po' di intimità, no?
Io gli strumenti ve li ho consigliati; adesso la storia potete farvela da soli.

P.s. - A dirla tutta, ho poi scoperto che per i calienti canadesi questo è il loro terzo album. Ciao.

giovedì 24 giugno 2010

Hot Chip - The Warning (2006)

Aridanghete! Altra recensione audiolesa, in attesa di nuovi scritti. Sto coltivando.

Prendiamo una giornata di merda, una di quelle giornate in cui ti svegli pronto per andare a dormire, con l'umore più che storto e senza che nulla ti faccia presagire qualcosa di buono.
Mettiamo che bevi il caffè: ti andrà di traverso.
Mettiamo che pucci la brioche nel latte di soia: avrai aspettato troppo per tirarla su e si spezzerà cadendo nella tazza spruzzandone il contenuto sul tavolo, sui vestiti e nei tuoi occhi.
È inevitabile, rassegnatevi. In queste giornate non c'è che da sperare di essere risucchiati da un buco nero. Ma la vera tragedia è che questo non accadrà.
Come rimediare, quindi? Come attutire l'impatto con siffatta aurea negativa?
Semplice: ascoltando "The Warning" degli Hot Chip.
Quello di cui scrivo è un disco decisamente mattutino perché non impegnativo (nonostante qualche velo di malinconia) e piuttosto "di atmosfera" (nonostante qualche pezzo moderatamente tamarro). Si tratta di musica elettronica piuttosto pop; ascoltandoli si ha come l'impressione di aver trovato il punto d'incontro tra i Notwist e i Kings of Convenience, con qualche spruzzata di una qualunque (nonché presunta) "indie band" che va di moda su Mtv. L'atmosfera festaiola si amalgama con quella più intimistica senza stonare, senza esagerazioni.
Qualche nota a sfavore, tuttavia, ce l'ho.
Sulla prima traccia, il bridge che media tra le strofe, ricorda fin troppo sfacciatamente l'intro di Born Slippy degli Underworld, ed io non l'ho colto come una semplice citazione, però devo dire che, nel contesto, ci sta.
La seconda traccia fa eco al campionamento di quel famoso pezzo, Music sounds better with you degli Sturdust, ve lo ricordate?
L'intro della sesta traccia, invece - e qua probabilmente sfioro la paranoia -, richiama la parte finale della bellissima I want you (ascoltate dal minuto 6:50) della bellissima Erykah Badu. Ma forse esagero. Sono un complottista, che ci volete fare?
Nel complesso, comunque, resta un disco più che godibile. Un disco dalle 9,30 AM.
Buona colazione.
Ah, occhio alla brioche!

Tracklist
01. Careful
02. And I Was A Boy From School
03. Colours
04. Over And Over
05. (Just Like We) Breakdown
06. Tchaparian
07. Look After Me
08. The Warning
09. Arrest Yourself
10. So Glad To See You
11. No Fit State
12. Won't Wash

venerdì 11 giugno 2010

The Casualties - On the Front Line (2004)

Ancora un ripescaggio dalla produzione pro-Audiolesi. Questa volta è il turno di una sentita critica al manierismo hardcore di bassa lega.

Partiamo da un presupposto: tutti i miei gusti musicali sono nati dall'hardcore punk, quello politicizzato, assolutamente aggressivo e spesso lo-fi.
Detto ciò vi presento un disco per la serie "Bella Cacata". Di chi sto per parlare? Dei Casualties, ovviamente!
I Casualties, che tanto piacciono a quei punkettoni sfegatati dell'ultima ora, quelli che al di sotto dei 140 bpm credono esista solo l'oblio, sono una band newyorkese che suona streetpunk... cioè, così si dice da ormai vent'anni.
Quello che sento io è un hardcore rockandrolleggiante trito e ritrito a cui non solo non si aggiunge nulla di nuovo, ma neppure gli si toglie niente. Io non riesco proprio a spiegarmi come facciano a piacere. La loro unica mossa è stata quella di prendere le sonorità dell'hc ottantone, legarlo alle melodie più tipiche dei '90 e commercializzarlo, pubblicizzarlo, svenderlo.
On the Front Line è un album del 2004, si dice tra i meglio riusciti... pensa te! I testi sono quelli canonici: "fanculo Stato, la guerra è una merda, ribelliamoci, evviva l'anarchia". Cioè, ragazzi, voi volete imporvi così senza un briciolo di individualità e ok, può anche andarmi bene. Però magari cercate anche di motivare quei motti del cazzo ché ormai dopo trent'anni c'hanno triturato i coglioni. Musicalmente, invece, ricordate il Self Titled che i Rancid rilasciarono nel 2000? Ecco, scarnificatelo dall'abilità tecnica e unitelo all'attitudine degli Exploited (altra band su cui ci sarebbe molto da ridire), ma non quelli migliori di Let's Start a War, facciamo di quelli più tendenti alla mediocrità come in Troops of Tomorrow. Bene, così ci siamo! Questo è On the Front Line dei Casualties.
In breve: mentre un motto ragionato racchiude un pensiero ben più articolato, un motto alla Casualties racchiude il concetto secondo cui "vi piscio addosso perché sono punk e c'ho le borchie". Imparate l'umiltà, per dio! Imparate dai Minor Threath, dai Dead Kennedys, dai Vegan Reich.
A tutti gli amanti di questo gruppo voglio ricordare che l'hardcore non è tutto cresta, spillette, chiodo e borchie.
L'hardcore è un ideale vastissimo che pochi gruppi hanno interpretato appieno, è contenuto, solidarietà, rabbia comportata, reazione e ricerca di soluzioni. I Casualties, invece, sono ciò che rimane dell'hc quando l'hai spogliato dalle sue peculiarità.

Tracklist

1. Casualties Army
2. On The Front Line
3. Leaders Of Todays
4. Criminal Class
5. Tomorrow Belongs To Us
6. Unknown Soldier
7. Scarred For Life
8. Static Feedback And Noise
9. Media Control
10. Death Toll
11. Tragedy
12. Brainwashed
13. Sounds From The Streets
14. We Don't Need You

mercoledì 9 giugno 2010

Current 93 - Lucifer Over London (1994)

Secondo appuntamento con una recensione pescata a caso tra quelle già pubblicate per l'Audiopost@.

Oggi si parla di musica esoterica o apocalyptic folk, che dir si voglia.
Scrivere dei Current 93 non è affatto cosa semplice perché, come voi crowleyani certamente saprete, l'architetto del collettivo in questione, ossia David Tibet, porta con sé un bagaglio culturale che trasborda esoterismo e religioni da tutte le fessure. Ma mi farò io carico di questo peso, non perché me ne senta particolarmente capace, piuttosto perché nell'ultimo mese ci sto in fissa a mille.
Ora però cerchiamo di fare un po' di luce sulla questione.
La Corrente 93, da cui Tibet ha deliberatamente preso il nome, è la denominazione che Aleister Crowley dava alla sua dottrina, la quale fondeva satanismo, magia, massoneria, esoterismo, sesso rituale ed occultismo di vario genere. David Tibet, affascinato da tale dottrina, stende testi basati su tali temi occupandosi, a sua volta, di vita, morte e apocalisse (no, stavolta niente miracoli) richiamando di continuo il simbolismo occulto.
Anche dal punto di vista meramente musicale è un personaggio che s'è tenuto sempre attivo. In principio era industrial ("in principio era Pravda: Parola-Verità, Parola-Verità!"), ma si sa che le vie dell'industrial sono infinite; tant'è che presto arrivarono sintesi minimaliste dalla durata considerevole: a tal proposito voglio ricordare In Mestrual Night, un album composto da tre tracce dalla durata aliena di 52 e rotti minuti. Nel 1987, invece, lo stile folk ebbe il sopravvento stillando, forse, la vena più caratteristica ed originale del progetto che nel 1992 promulgò la propria pietra filosofale: Thunder Perfect Mind.
Quello che invece oggi è oggetto di recensione, fu inciso nel 1994 e, come fanno intendere le note di Paranoid dei Black Sabbath sull'intro del primo pezzo, è un disco più rockeggiante ed aggressivo.
Anche questo ep (e chiamiamola ep una registrazione che dura mezzora...!) è composto da una triade, tre fasi di un cambiamento profondo: l'alllontanamento dalla filosofia luciferina; lo smarrimento e l'avvilimento causato dall'assenza di punti di riferimento; l'approccio - forse in senso lato - al cristianesimo esoterico.
Oltre a lasciar trasparire, come già detto, una componente più aggressiva rispetto ai lavori precedenti, Lucifer Over London è anche una transizione particolarmente sofferta in cui vengono descritti scenari impressionanti e talvolta toccanti.
Tra pesci dorati e bambini in decomposizione dalla testa di cavallo, preparatevi ad un viaggio che cambierà il vostro modo di sentire.
Inchinatevi di fronte al genio malefico di David Tibet; amatelo o perite.

P.s. - Giusto in questi giorni ho letto che nell'ultimo album dei Current, David Tibet si è avvalso della collaborazione di un personaggio alquanto insolito, vale a dire Sasha Grey. Chi è Sasha Grey? Digitatene il nome su Google, capirete in fretta. Vi consiglio di visionare anche questo video.


Tracklist

1. Lucifer Over London Parts I & II (7:48)
2. Sad Go Round (5:46)
3. The Seven Seals Are Revealed At The End Of Time As Seven Bows: The Bloodbow, The Pissbow, The Painbow, The Faminebow, The Deathbow, The Angerbow, The Hohohobow (13:40)

lunedì 7 giugno 2010

Gorgoroth - Incipit Satan (2000)

Ho deciso di riproporre anche sul mio blog le recensioni che nei mesi scorsi ho scritto per Audiolesi (e conto ancora di scriverne di nuove); tra l'altro questa dei Gorgoroth Blogger l'ha anche eliminata... e va be'!

Continuo a cavalcare l'onda old-school black metal varata da xandreax citando in giudizio un'altra band norvegese legata al già segnalato Burzum: i Gorgoroth.
Il black metal, signori miei, è per il metal ciò che l'emo (nell'accezione più attuale del termine) è per l'hardcore, ossia il fratello sfigato che si rinnega perché ritenuto motivo di imbarazzo. Tuttavia, seppur mai mi troverete a recensire i My Chemical Romance, io tendo a prendere le difese di Caino. Non so se in realtà esiste attrito tra il metallaro medio e il black metal, ma le differenze ci sono eccome; mentre il metallaro vanta virtuosismi a go-go e/o velocità fantascientifiche, il metallaro nero non tiene affatto conto della tecnica affinché ne giova il contenuto e anche se suona sedicesimi non offre mai un senso di reale dinamicità. Inoltre il metallaro nero per supportare coerentemente tali tesi le avvalora di un sound prevalentemente rough, quindi, più che ai suoi capostipiti heavy, per attitudine è affine alla concezione dei punks '77.
Considerato il contesto, bisogna ammettere che i Gorgoroth sono un vero e proprio baluardo di questa sorta di movimento. I testi della band non sono mai stati resi pubblici perché gli autori ritengono che il messaggio debba arrivare esclusivamente a chi è pronto ad accoglierlo, quindi da un punto di vista ontologico possono essere considerati dei puristi/fondamentalisti (negli anni '90 l'ex cantante Gaahl - gay, vegetariano, pittore, torturatore freelance - fu anche coinvolto nel caso delle chiese cattoliche incendiate per dolo); dal punto di vista pragmatico, invece, hanno inserito, sia pure timidamente, delle "nuove" influenze derivate dal noise e l'industrial che spiccano in intervalli più che nell'amalgama della composizione.
Per quanto non sia di certo uno dei miei gruppi preferiti, devo ammettere però che Incipit Satan (l'unico loro album che ho ascoltato) me lo concedo volentieri, soprattutto quando non riesco a prendere sonno. Metto le cuffie, mi faccio qualche risata ascoltando gli arrangiamenti incredibilmente divertenti (vedi anche: goffi) e la batteria spesso insicura, e alla quarta o quinta canzone sto già dormendo.
Sulle tracce non ci sono molte cose da annotare - sentito un pezzo black metal, li hai sentiti quasi tutti, fatta eccezione per i progressisti - se non alcune particolarità. Ho trovato molto gradevoli i suddetti intermezzi ambient degni di un film horror (talvolta conditi con consueti versi rovesciati) e soprattutto l'ultimo pezzo, "When love rages wild in my heart", una proposta davvero insolita con una voce che ricorda a tratti la profondità vocale di Ian Curtis, per quanto la canzone pecchi del solito impaccio compositivo. E anche se sollecitano più sorrisi che ansie, senza alcun dubbio a loro spetta il Premio Simpatia.

Tracklist:
1. Incipit Satan 04:33
2. A World to Win 03:43
3. Litani til Satan 04:33
4. Unchain My Heart!!! 04:47
5. An Excerpt of X 05:50
6. Ein Eim av Blod og Helvetesild 03:09
7. Will to Power 04:28
8. When Love Rages Wild in My Heart 05:43

domenica 7 marzo 2010

la rubrica della domenica #5

Siete condannati a morte nel vostro quieto vivere.



Una sola frase che ben esplicita concetti che necessitano molte parole per essere compresi, se a doverli comprendere è la medio-piccola borghesia.

mercoledì 13 gennaio 2010

VenaViola - 360 muse (2007)

Articolo pubblicato su Audio_lesi e qui riportato a scopo meramente pubblicitario in favore dei VenaViola.


Ci sono delle persone a cui la musica ha rovinato la vita. Sì sì, proprio così! Persone a cui la musica ha provocato manie ed ossessioni che prima non avevano e che forse mai avrebbero avuto, se non fossero incappati in questo mondo di matematica, letteratura e rumorismi.
Su di me, poi, si accanisce oltremodo. A questo punto potrei raccontarvi di come alle 4 di mattina, aspettando un sonno che non arriva, penso quale melodia si addica ad un 5/4, ma non lo farò. Piuttosto voglio annotare di come ieri, ascoltando i VenaViola, sono stato assalito da un dubbio: "in quanti li avranno ascoltati e/o quanti li conoscono?". Chiaramente, un modo concreto e verosimile di ottenere tale risposta non esiste. Tuttavia ho penseto bene di controllare il profilo del gruppo su Last.fm (un sito che crea necessità che prima non avevi, ma pur sempre uno dei migliori mai concepiti), così ho letto che hanno 24 ascoltatori per 98 ascolti. Inaccettabile, soprattutto se si pensa che la metà degli ascolti sono miei.
I VenaViola sono un gruppo del casertano che si discosta molto dalla tipica scena underground maccheronica: non fanno punk, né hip hop, niente noise, e nemmanco grind. Bensì trip hop, genere alquanto insolito per noi italiani.
Siccome non voglio scoraggiarne l'ascolto, parto col lato amaro per poi lasciarvi col dolce sul palato. Quindi c'è da dire che non sempre splendono di luce propria e che spesso c'è quella sensazione di "già sentito" che - fateci caso - riporta ai (o agli? Che casino mettere l'articolo davanti ai nomi in inglese!) Slowdive. Ma ciò che fanno lo fanno bene ed in realtà, inserire caratteristiche dream pop che sanciscono l'allontanamento dalla modalità imperante del trip hop fatto à la Massive Attack o Portishead, non è neppure un fatto così negativo.
Ma la vera bellezza di questo album lo si trova in 360 Muse e Zanzare, peraltro uniche tracce con liriche in italiano. Le canzoni sono praticamente recitate, ma recitate davvero, dato che le interpreta un attore teatrale ingaggiato dalla band per l'occasione. State pensando ai Massimo Volume, lo so. Ma quà vi volevo! Perché, per una delle rare volte, ad ascoltarli i Massimo Volume non ti vengono affatto in mente, come invece può succedere con i Frammenti o i Dresda (comunque tanto di cappello). I testi sono a dir poco spiazzanti e l'atmosfera musicale richiama un non so che di metafisico. Considerate, inoltre, che questo è il loro primo lavoro, quindi direi che il risultato è davvero eccellente ed entusiasmante.
Ma basta cincischiare. Ascoltare per credere!
Il link che vi lascio vi collega a Punk4Free, il sito a cui avevano rilasciato l'album liberamente scaricabile.

Postilla: Colgo l'occasione per scoraggiare i gruppi italiani a cantare in inglese, un abitudine che hanno anche gruppi di rilievo (e di tutto rispetto) come Fine Before You Came, Yuppie Flu, One Dimensinal Man e via discoreggiando. Lo facevano anche i Negazione? E certo! Se in Italia non se li filava quasi nessuno e il loro pubblico era prevalentemente olandese, un linguaggio comune per farsi capire dovevano pur cercarlo.

Tracklist

1. The Word Freedom
2. Lightless World
3. 360 Muse
4. T.A.V.O.R.
5. Touched By The Wind
6. My Sweettely Coming
7. Zanzare

venerdì 25 dicembre 2009

post inutile e senza titolo

Ecco come festeggio il natale: aggiornando il blog. Beh, per me è fin troppo. Questo sarà indubbiamente il post più inutile che abbia mai scritto, ma lo faccio tanto per sparlare sulle formalità della sempre mediocre popolazione.
Cosa odio del natale? Tutto e niente.
Tutto, perché incrementa: l'assassinio degli animali, ignari e vittime ormai a prescindere; il consumismo, lo spreco di soldi e il riempire di merda le teste dei bambini; l'olezzo di falsità e ipocrisia; i film che triturano i coglioni con la solita pippa dello "spirito del natale"; le lucine colorate.
Niente: perché il natale non esiste, cioè, sarebbe il compleanno di Gesù. Oh, vecchi... ma capite? Siete fuori di brutto!
Come festeggerò ora? Guardando un film, magari finisco 2001: Odissea nello spazio, o magari guardo L'Esorcista, ché con la demenza filo-cattolica ci sta a palla.

Vabbè, dai. In realtà ora vado a mangiare il panettone, i datteri e a bere spumante. Ma prima vi voglio lasciare con un disco che esprime il senso del natale come lo intendo io: Ouzo - Less Bibles, More Doubts.
Ah, buon natale eh... e buon ano, se non ci tediamo prima!

P.s. - Sapete il detto "chi pianta datteri, non mangia datteri"? Quando piantate un dattero, prima che la pianta produca il frutto passa un secolo. Un secolo, vi rendete conto? Il dattero è il più classico dei frutti secchi natalizi. Il binomio vita/morte ci perseguita! :@


mercoledì 25 novembre 2009

gli Ulan Bator sul sofà

Il 14 novembre c'è stato un evento gaio: il concerto degli Ulan Bator. Ma prima di tutto è d'obbligo riportare un aneddoto.
Sono le 21.30, il concerto inizia alle 22.30 ma abbiamo preferito anticiparci perché non si sa mai. Lo spettacolo trova pubblico in quel di Bassano, allo Shindy. Tutto dire...
In principio preferiamo stare in parcheggio a bere birra che non costa 5 (e dico cinque!) euro per 33 cl. e a fumare una sigaretta dopo l'altra, ma fa freddo, quindi ad una certa ora decidiamo di entrare e paghiamo 12 euro invece dei 10 pubblicizzati. Ma va be', dopotutto sono gli Ulan e anche se il locale mi sta sul cazzo me lo faccio andare bene.
Alle 10.30, inutile dirlo, il palco non ha l'aria di un palco che sta per essere calpestato da qualche musicista. Niente, si aspetta.
Ed è proprio nell'aspettare che l'aneddoto si sviluppa. Andiamo a sederci sui divani piuttosto seccati per il ritardo; di fronte a noi ci sono una candela prossima all'esaurirsi e dei volantini di feste che si svolgeranno prossimamente su cui vedo profanata la copertina di Unknown Pleasures dei Joy Division; più a sinistra, invece, ci sono tre ragazzi e una ragazza. Tra odore di cibo, puzza di candela e noia, ci cimentiamo nell'arte degli origami usando i biglietti del locale e continuiamo a sparare insulti verso i frequentatori del posto. Intanto sentiamo quelli sulla nostra sinistra parlare un mix di lingue composto da inglese, francese e un po' di italiano.
Il tempo passa, la pazienza cede, il fumo della candela mi nausea. Senza rifletterci la spengo incrementando l'emissione di fumo, quindi la puzza. Quelli a sinistra mi lanciano un'occhiataccia. Usciamo a fumare.
Il concerto inizia con quasi due ore di ritardo e, come se non bastasse, sul palco c'è un gruppo spalla. Ora voglio dire che ok, è giusto far conoscere le bands minori, ma sul palco ci stavano i Muletta: mai visti né sentiti prima. E dire che non sia stata una sorpresa non si può; ciò che si può dire, invece, è che i Muletta fanno terribilmente cacare. Si faticava a distinguere una canzone dall'altra, in quanto tutte le loro canzoni (per fortuna poche, ma mai abbastanza) sono composte da continui la re sol e do, forse qualche mi o fa, e la nenia è sempre quella e i testi sono ridicoli, patetici, vuoti e ripetitivi. Quando poi afferri che pensano di essere sulla linea de Le Luci della Centrale Elettrica o Rino Gaetano... beh, ti viene da sputargli addosso, loro e quel lo-fi emotivo-espressivo che i personaggi prima citati non riescono neppure a sognarli di notte. E quì colgo l'occasione per promuovere una petizione che costringa i Muletta a smettere di suonare per salvaguardare le palle dell'eventuale loro pubblico. Partecipate, o voi amanti della musica con la emme maiuscola. Partecipate!
Detto questo, ché era di dovere, prosegiuamo.
Venti minuti di indecenza acustica e, dopo una pausa piuttosto lunga, sul palco salgono gli Ulan Bator. Li guardiamo e riconosciamo quelli che, sul divano, stavano alla nostra sinistra. Cosa posso dire se non: io ascolto la musica, mica guardo le facce. Tant'è che ho avuto l'occasione di infastidirli col fumo della candela, me ne vanto e ne faccio bagaglio personale!
Il concerto è stato stupendo: post-rock coi controcazzi. Il bassista è un animale da palcoscenico, il batterista una macchina dalla precisione svizzera e il cantante-chitarrista-tastierista di una serietà tipica dell'adulto composto che compensa i salti e i movimenti scimmieschi del bassista.
Un concerto Tête-à-tête, di nicchia, si potrebbe dire.
L'unico aspetto negativo è lo schifosissimo impianto del locale che ti fa uscire coi fischi alle orecchie. Ma va be', è un prezzo che ho pagato volentieri.

domenica 1 novembre 2009

la rubrica della domenica #3

Post Halloween

Avete fatto per l'ennesima volta i filo-americani?
Restando in tema horrorifero, ecco i Messer Chups, un duo russo composto da una bella donna che sa di porno e da un alieno. Altro non hanno fatto che unire l'horror punk (in cui spadroneggiano i Misfits) al surf rock (di cui i Man or Astroman? sono i genii indiscussi).
Certo, se non fosse per Maria Kapelova, non so questo gruppo quanto possa esser degno di nota.

giovedì 15 ottobre 2009

la rubrica della domenica (di giovedi) #2

Vegan sings better



A death for no reason
And death for no reason is MURDER

domenica 27 settembre 2009

la rubrica della domenica #1

A chi sostiene che l'attitudine HC sia ormai obsoleta



Non ci sperate: l'HC sta bene, è in ottima forma e al passo coi tempi.

mercoledì 23 settembre 2009

piaghe e pieghe nelle lande d'Abruzzo

Tra le varie piaghe che affliggono l'umanità se ne aggiungono continuamente di nuove. Anche se oramai è anacronistico (io l'ho scoperto solo da pochi giorni), voglio parlarne lo stesso perché una cosa simile non può passare come una qualunque foglia secca in un ruscello, tuttalpiù come un mastodontico cadavere puzzolente, nauseabondo, marcio – e ancora: uno schifo umano insuperabile, inoltre un distillato di scatarrate dalle sembianze di un letamaio [suggerisce il Generatore d'Insulti] – che s'incastra tra le frastagliature del letto d'acqua.

Abruzzo: terra di sismi, morti, sopravvissuti e malumori. Pace a loro.

Italia: terra di buon cibo, belle donne, calcio, sole e mare; d'occultamenti, misteriose sparizioni di fascicoli e documenti, magagne, mare (ancora lui) e sabbia. C'è così tanta sabbia in Italia che viene da usarla al posto delle spezie, viene da farcirci torte. Quella della Campania è buona assai, se non altro perché ci sono dei rivenditori molto disponibili. Quelli hanno tanta premura di rendere felici i loro clienti che gli venderebbero pure la nonna, se servisse a disegnare un sorriso sul volto acquirente. Del resto qualcuno consigliava: “trasforma in denaro tutto ciò che ancora ha un prezzo...”. La lezione è stata imparata da chi ha origliato.

Dopo il terremoto d'aprile, vari mostri si muovono nelle lande d'Abruzzo: tra macerie e scavatrici c'è la paura di chi ha la testa allo scoperto o chiusa in una gabbietta di latta, chi auspica una rinascita imminente, e chi canta versetti per esplicitare un sentimento di cui non ci è dato comprendere il senso.
Tra quelli che se la cantano (perché l'italiano vero canta sempre, e con la chitarra in mano, non dimentichiamocelo) troviamo vari a... vari a... a... No ok, per convenzione lo scrivo. Sto pur sempre parlando di un contesto critico che va oltre i gusti le polemiche e le ideologie personali. In fondo c'è gente che soffre, per dio! E basta temporeggiare! Ok, mo lo scrivo.
Tra chi se la canta troviamo vari artisti (?) (qua l'elenco). Tra questi hanno trovato posto persino alcuni che, pur non suscitando in me un grande interesse auditivo, ho rispettato in passato o che rispetto (forse sarebbe più congeniale usare l'imperfetto): Morgan, Gianni Maroccolo, Frankie Hi Energy, Fabri Fibra, Elio e le Storie Tese, Casino Royale, Caparezza e Manuel Agnelli. Franco Battiato è intoccabile, via le malelingue!
Ok, ci sta tutta la partecipazione di Fibra, ché non è certo Jo Cassano e che per me è artisticamente morto nel 2004; così pure Morgan, che pur essendo uomo di cultura e pur avendo partorito due lavori da solista interessanti, sappiamo tutti quanto sia dedito alle stronzate e ai soldi facili; ci sta Elio e le sue Storie, perché in fondo sono graditi un po' da tutti; forse anche Frankie, perché sentirà la voglia di tornar a far parlare di sé, anche se ormai...; e nella lista del “ci sta” ci ficco pure il Manuel, che coi suoi ultimi lavori il mio retto ha dovuto lavorare molto – un esempio per tutti è il Paese è reale, con quei suoni da e per ragazzini, strutture banali, sillabazione del cantato ridicola, video che non si sa bene come definire.
Mi hanno stupito molto di più le presenze di Casino Royale, Caparezza e Gianni Maroccolo, che pur non essendo eccellenti sfornano comunque cose orecchiabili e a volte belle.
Ma diamo un'occhiata alle parole che questa bestiaccia immonda chiamata Artisti Uniti per l'Abruzzo ha pronunciato. Riporterò solo i passaggi salienti, se volete purgarvi col testo completo, lo troverete qui.

La parafrasi

nota: il corsivo evidenzia il testo rettificato commentato o spiegato da me


Shine on me (Cesare Cremonini)
Shame on you, Cesare Cremonini

Ma domani, domani / domani, lo so (Francesco Renga)
Lo so che si passa il confine, (Roberto Vecchioni)
E di nuovo la vita (Mauro Pagani)
sembra fatta per te (Giuliano Palma)
e comincia (Elio)
domani (Elio e Le Storie Tese, Vittorio Cosma)
domani è già qui (Jovanotti)
Ma che ce frega, ma che che ce 'mporta
se l'oste ar vino c'ha messo l'acqua
a.k.a. domani è un altro giorno

Estraggo un foglio nella risma nascosto
scrivo e non riesco forse perché il sisma m’ha scosso (Caparezza)
Capare', ma che cazzo canti?!

Tra le nuvole e il mare si può fare e rifare (Claudio Baglioni)
con un pò di fortuna (Ron)
si può dimenticare. (Luca Carboni)
non ti avvilire! che ci vuoi fare?
è andata così, non ci pensare

oh oh oh (coro: Carmen Consoli, Antonella Ruggiero, Alioscia, Pacifico, Mango, Massimo Ranieri, Bluvertigo, Nek, Giuliano Palma, Antonello Venditti, Roberto Vecchioni, Albano)
Un passaggio così intenso è inutile commentarlo, difatti è sottolineato già da solo 32mila voci.

Dove sarò domani che ne sarà dei miei sogni infranti, dei miei piani / Dove sarò domani, tendimi le mani, tendimi le mani (Marracash)
Ovviamente parla a Lui, Silvio.

Tra le nuvole e il mare
si può andare e andare (Laura Pausini)
sulla scia delle navi
di là del temporale (Carmen Consoli)
dalla vostra casa
vi conviene scappare
perché ci son tanti
che dovranno mangiare

e qualche volta si vede (Nek)
domani (Antonello Venditti)
una luce di prua (Nek)
e qualcuno grida: Domani (Antonello Venditti)
EH?! Come, scusa?

Come l’aquila che vola libera tra il cielo e i sassi
siamo sempre diversi e siamo sempre gli stessi
hai fatto il massimo e il massimo non è bastato e non sapevi piangere e adesso
che hai imparato non bastano le lacrime ad impastare il calcestruzzo
pensate che cambierà qualcosa? col cazzo!
tanto le stesse ditte ricostruiranno tutto
voi metteteci le lacrime
ché loro ci rimettono la sabbia

non siamo così soli (Giuliano Sangiorgi)
a fare castelli in aria (J Ax e Fabri Fibra)
No, no, decisamente.
Vedi gli innumerevoli edifici che cadono a pezzi pur senza l''esortazione di un terremoto.

non siamo così soli (Giorgia)
a stare bene in Italia (J Ax e Fabri Fibra)
Ma allora ditelo che volete pigliare per il culo!

Con un pò di fortuna si può dimenticare (Manuel Agnelli Afterhours)
E di nuovo la vita, sembra fatta per te (Mango)
Ma sì, infatti! Tutto si sistemerà da sé...


Ed ecco, ancora una volta, che gli italiani vengono descritti con proverbiali luoghi comuni, che pure è vero, talvolta: speranzosi, consegnati nelle mani della fortuna e del fato, sempre a guardare una luce lontana. Luce che li acceca, è il caso di dire.
Ma cosa avranno pensato? “Facciamo una canzoncina, così diamo l'impressione che ce ne fotta qualcosa”? Ok, la canzoncina si poteva pure fare. Ma che trattasse il problema reale, che parlasse – che so – magari della speculazione che è stata fatta e che si ripeterà? Butto lì...
Sarò malizioso io, ma questa cagata ha tutta l'aria di una cosa fatta per distrarre l'opinione pubblica già perfettamente inzaccherata.
A chi volesse accusarmi di essere eccessivamente critico, io posso rispondere: col cazzo!
Potrei parlare di centinaia di musicisti che stimo, e prova sarà il video con cui vi lascio, giacché in principio avevo parlato di questo qualcuno ripreso da altri: parole e musica contro la guerra e senza sensazionalismi inutili e/o zuccherosi.



Parole: Nedžad Maksumić; musica: C.S.I.



P.S. Un grazie a Simon, senza di cui tutto questo non sarebbe stato possibile: grazie per tutte quelle chicche di trash bassissimo che mi mostri strappandomi via dall'ignoranza che mi attanaglia.

mercoledì 26 agosto 2009

dio e le macellerie (post datato)

Un paio di mesi fa si è rotta la televisione che era in cucina. Interessante, vero? Al che mio padre dice che bisogna prenderne una nuova. “Ma no, cazzo” dico io, che arriva il colpo di culo e lui non ne tiene conto e vuole spendere quattrini per allontanare le buone nuove. Lui insiste col volerla comprare, “e va be',” concedo io, “ma prendine una normale”.
“No,” fa lui. “La prendo al plasma, così almeno non resteremo senza televisione quando la convertiranno in digitale per tutti”. E così mi arriva un mattone di rabbia sulla testa: no, il digitale terrestre no! E non sto qui a spiegare i motivi per cui sono contro al digitale perché credo che chi sia interessato a certi argomenti sia capace di formulare pensieri in proposito contando sulle proprie possibilità, e qua la chiudo.
Fatto sta che in cucina arriva uno schermo al plasma di circa 20 pollici, e con lui il digitale terrestre. Dopo qualche settimana penso che ormai quell'attrezzo malefico è là, e anche se gli do un'occhiata non faccio poi nulla di male. Tutti canali del cazzo, ovviamente. Ma ce n'è uno curioso: QOOB, nato da Mtv, mi pare. Un canale alternativo, ma non inteso come “stile”, proprio alternativo: nel senso che non ci sono pubblicità, ma solo cortometraggi, animazioni ed elaborazioni digitali; un canale che guardo quasi volentieri con il solo scopo di trovare qualche idea interessante per ricavarne qualche illustrazione che puntualmente dimentico, come qualunque altra cosa. E tralasciamo i pietosi aneddoti riguardanti la mia memoria da imbranato, ché talvolta mi si ritrova disperatamente bestemmiante in cerca delle chiavi che, senza accorgermi, ho in mano.

Torniamo a QOOB.
Un tot di settimane fa trasmettono un documentario diviso in cinque parti piuttosto interessante titolato The Norwegian Black Metal. In principio fanno una panoramica del Black Metal in quanto genere musicale, fino ad arrivare ai Gorgoroth, band estremamente vicina alle sette sataniche che negli anni novanta bruciarono un certo numero di chiese cristiane. La troupe raggiunge la casa del cantante Gaahl – uomo chiaramente intelligente, nonché buon pittore di quadri dalle forme espressioniste vicine alla Die Brücke – per intervistarlo. La casa è immersa nei boschi norvegesi e distante chilometri da altre abitazioni, per giunta priva di impianto idrico; il luogo è bellissimo, l'atmosfera inquietante.
Per quanto io non abbia mai nutrito simpatie nei confronti di satanisti, essendo decisamente molto ateo, alcune riflessioni esposte da Gaahl mi hanno affascinato, in particolare quando spiegava che la pecora cristiana necessita del pastore per potersi muovere, mentre la capra satanica, pur adorando il suo dio, è libera di muoversi individualmente in qualunque spazio voglia e senza soggezioni.
Ma curiosa è anche la storia della band e della forte provocazione lanciata in un tour nella cristianissima Polonia. Quando i Gorgoroth salgono sul palco, il loro aspetto non è certo tra i più rassicuranti (ma se osservate Gaahl non lo è neppure nei giorni comuni), la musica è devastante, il cantato minaccioso. Ma in Polonia avevano aggiunto qualche tocco in più.

Il 1 febbraio 2004, durante il concerto tenutosi a Cracovia nella religiosa Polonia, la band esibì teste mutilate di pecora impalate, un bagno di 80 litri di sangue di pecora, simbologia satanica, quattro ragazze nude, issate in croce e bagnate di sangue. Una delle ragazze svenne e la polizia intervenne con un mandato di investigazione per offese alla religione e violenza agli animali - nonostante le parti di pecora fossero state regolarmente acquistate in un mattatoio -, e la controversia sancì la fine del tour. (Wiki.)

Al solito la demenza e la mediocrità cristiana non ha confini, perché va bene ammazzare selvaggiamente delle pecore e raccoglierne il sangue, ma comprare quelle teste tagliate da un uomo pagato per farlo ed esporle in pubblico è, secondo alcune menti brillanti, un gesto chiaramente violento nei confronti degli animali... Già morti.
Del resto parliamo di una religione che in tempi di quaresima (correggetemi pure se sbaglio, perché io non ne so quasi un cazzo) al venerdì non permette di mangiare carne, usanza ancora più idiota se si considera che ci si può abbuffare di pesce. E in fondo è anche quella religione che afferma che la donna e gli animali esistono per servire l'uomo. Ma va be', anche qui ci vorrebbe un discorso a parte, che ancora una volta preferisco glissare per le stesse motivazioni che ho dato riguardo il digitale terrestre.

Torniamo a Gaahl, che in fondo l'unico motivo per cui ho scritto questo è solo per pubblicare il video che inserisco alla fine, in cui l'intervistatore pone una domanda e Gaahl, non ritenendola degna di risposta, dice (circa): “no, non credo che tu abbia capito le cose che ti ho detto”.
Intervistatore: “Cosa non ho capito? Potresti rispiegarmelo?”
Gaahl: “... ... ...”