Prima di bruciare vivo il geniale e profondo Vanini, gli strapparono la lingua, perché egli, con essa, aveva bestemmiato Dio. Confesso che, quando leggo simili cose, mi vien voglia di bestemmiare questo Dio.
Arthur Schopenhauer

lunedì 11 aprile 2011

Questione di priorità

Lo so, i problemi che affliggono il nostro sciagurato Paese sono tanti: Berlusconi che va con le minorenni, le minorenni che vanno con Berlusconi, la ragazzetta marocchina che forse è andata a letto con Berlusconi, Ruby Rubacuori che pare si sia fatta schiappettare da Berlusconi. Come Santoro, come Mentana, come la Parodi Lerner e Liguori neppure io ci dormo la notte.
Tuttavia, seppur meno gravi, ci sono altri... definiamoli “problemini” (per non minimizzare i Problemi Reali come, appunto, l'ultima dichiarazione di Ruby Rubacuori) che gravano sulle spalle della popolazione di questo Paese dalla morale di ferro, problemini che riguardano i mutui bancari e che, giustamente, quando si presentava l'opportunità di poter diffondere qualche informazione utile che poteva mettere in guardia gli acquirenti di determinati prodotti finanziari, ecco che la sfiga ha voluto che venisse scoperto un cruccio di tale portata chiamato Ruby Rubacuori; con puntualità, settimana dopo settimana, nuove, inquietanti ed importanti intercettazioni telefoniche rivelavano un nuovo aspetto sul dramma di cui tutti abbiamo sofferto e continuiamo a soffrire tutt'oggi, ma bisogna andare avanti. Tanto abbiamo il TG1, il TG5 e Studio Aperto che ci aiutano a restare informati, quindi noi possiamo stare tranquilli ed anche parlare di cazzate.
Per la precisione, non sarò io ad affrontare questo aspetto, ma allego un video che tratta l'argomento quasi nella sua totalità.
Vi lascio un consiglio: se avete mutui a tasso variabile accompagnati da un'assicurazione che determina una soglia massima della rata mensile, leggete bene il contratto dell' “assicurazione” e informatevi su cosa sono i Derivati OTC (ovvero: fuori dai mercati regolamentati). Se non sapete come affrontare il problema potete appoggiarvi ad un'associazione, chiamata Adusbef - la quale ha sedi sparse in tutta Italia - formata da perditempo che non si rendono conto della gravità della questione Ruby Rubacuori ma che tuttavia potrebbero aiutarvi.

Derivati. Quali rischi? Parte 1 di 2

domenica 13 marzo 2011

Parole d'altri #2 - Lenny Nero; Darren Aronofsky, Black swan (2010)


Film spettacolare, di quelli rari. Elegante, inquietante, particolarmente crudo a tratti. Per evitare perdite di tempo, ho scelto di ripubblicare una recensione di Lenny Nero che condivido in toto.

Aronofsky ha il pregio dell’originalità e del solipsismo, di inseguire progetti che ogni volta appaiono incuranti di critiche ed elogi, nonché della ricerca di un percorso personale facilmente etichettabile o di una cifra stilistica riconoscibile.
Ogni suo film è una sorpresa, anche se nonostante la sua rarefatta produzione comincia ad affacciarsi un tema ricorrente, quello della ricerca (psicopatologica) della perfezione, affrontato da prospettive inattese.
“Black swan” potrebbe essere descritto come la versione lisergica de “La pianista”, ambientato nel mondo della danza classica, una miscela virata al dark di un paradigma classico di nevrosi che non segue le orme gelide di Haneke, ma quelle del perturbante e dell’inconscio.
La trama è un gioco a carte scoperte, versione moderna della storia de “Il lago dei cigni”, con qualche rimembranza di “Eva contro Eva”, costruita in modo preciso e circolare, lasciando poco margine per colpi di scena; tuttavia il regista sceglie di disorientarci e imposta la pellicola come un sogno lucido, lasciando irrompere l’allucinazione nella realtà.
La commistione visiva angosciante che viene creata, la dialettica isterica dei protagonisti (la madre iperprotettiva, il luciferino coreografo che seduce, la disinibita compagna che libera pulsioni erotiche, lo specchio oscuro rappresentato da Winona Ryder in cui si riflette il rischio del proprio fallimento) e una sessualità esplicitamente rappresentata (molestie, lesbismo), trascinano lo spettatore in una spirale di tensione.
Il climax di ansia cresce gradualmente fino allo showdown, quando si resta appesi a una sensazione di tragedia imminente, a un filo teso tra il successo del cigno bianco e il prevalere del cigno nero, dopo sequenze di autolesionismo, violenza e mutazioni fisiche atte ad aumentare confusione e disagio, simboliche e leggibili, quanto di sicura efficacia e sgradevolezza.
“Black swan” è un percorso mentale, meno forzato ed ellittico di esempi analoghi, ed è in questo nucleo di costruzione razionale, all’interno di una cornice di follia, che risiede l’elemento (ironicamente) tragico che rende il film tanto prevedibile da una parte, quanto collegabile a grandiosi esempi di dramma e cinismo quali il già citato “Eva contro Eva” o “Viale del tramonto”.
Una nota aggiuntiva è doverosa per il cast, perfetto nei classici ruoli di contorno (Barbara Hershey, sempre a un passo dall’esplodere in grida; Vincent Cassel, quasi insuperabile nella sua torva sensualità; Mila Kunis, premiata al Festival di Venezia; l’autodistruttiva Winona Ryder), su cui svetta la complessa e camaleontica interpretazione di Natalie Portman, innocente, quanto mostruosa.
La colonna sonora è del fidato Clint Mansell, che si diverte a manipolare brani classici.

lunedì 14 febbraio 2011

Mitochondrion – Parasignosis (2011) [Reprise]


Ostinarsi a voler inquadrare un gruppo musicale in determinati generi è una cosa tanto inutile quanto sciocca. Questo lo so. Anzi, sono il primo a dirlo, ma sono il primo anche a tradirmi. Sì, perché con iTunes, sotto la voce “genere”, dispenso tag ad ogni singolo gruppo spesso (molto spesso, in verità) anche multiple separando con una virgola le une dalle altre e talvolta, non sapendo appioppare un genere ad alcune bands, fuggo le asperità chiedendo asilo a Last.fm, anche se non sempre è di vero aiuto. Che volete farci... come per ogni altra arte, quella della musica è anche questo. Quantomeno per i maniaci. Se volete farvi un'idea di cosa sto parlando, mi trovo dunque costretto a specificare che Parasignosis è un mix tra death e black metal che giova, qua e là, di qualche spruzzata grind.
Il disco è massiccio, i ritmi serrati, il missaggio quasi claustrofobico. Come ogni metallaro tendenzialmente adulatore nei confronti del sovrannaturale (non necessariamente nell'accezione positiva del termine – e il trittico introduttivo “Pestilentiam Intus Vocamus, Voluntatem Absolvimus” può ben documentarlo), i latinismi nei titoli delle tracce giocano in difesa, tanto per adottare una terminologia calcistica, preservando la tradizione del genere. Ciò che suscita una reale e più significativa attenzione, però, è l'attacco: il consueto intro/verso/ritornello ce lo possiamo dimenticare perché ogni pezzo è in continua evoluzione, i riff si accavallano, la velocità varia continuamente da veloce a velocissimo per rallentare solo in poche occasioni accuratamente create, episodici arpeggi/tappeto quasi impercettibili dilatano i tempi fino a varcare anche la soglia dei 10 minuti.
Aperta parentesi. Negli ultimi 15 anni il metal ha appeso borchie, pantaloni di pelle e chiodo al chiodo [ahaha, una battuta scontata come questa non potevo farmela sfuggire!] per evolversi e sfondare le porte della ridondanza di matrice '80 addentrandosi in confini sempre meno individuabili. Se pensiamo a gruppi quali Neurosis, Pelican, Isis, può subito apparirci chiara la differenza che corre tra questa strana e polivalente frangia di esistenzialisti e gli ubriaconi festaioli à la Iron Maiden, Judas Priest (buargh!), Motley Crue (BUARGHHH!!!). Tutto questo è stato possibile grazie ai Tool prima – che peraltro non apprezzo moltissimo -, e grazie a chi da questi ha ricevuto l'input giusto poi. Da qui il metal ha ottenuto un sound più profondo, più robusto, qualcosa che, invece di farti sanguinare le orecchie con gli acuti, fa tremare la terra sotto ai piedi con le onde basse; l'accanimento verso velocità e ostentazione virtuosistica si è affievolito lasciando più spazio alla sperimentazione e alla composizione; la raffinatezza intellettuale, anche se spesso ossessionata dalle visioni apocalittiche care ad un certo genere di folk di cui tempo fa parlai, ha soppiantato la rudezza fine a sé stessa. Un discorso a parte merita il metal che ha vissuto in simbiosi con l'hardcore instaurando con quest'ultimo uno scambio reciproco di attitudini partendo dai Metallica del 1983, passando per gli Slayer e definitivamente scosso dai Napalm Death (laudati siano). Chiusa parentesi.
Su tutti, spiccano i pezzi Tetravirulence (terzo atto della trilogia pestilenziale) e, nomen album, Parasignosis. Chiaramente, non siamo di fronte ad un disco epocale, bensì ad un prodotto di molto buona qualità anche da un punto di vista tecnico. Tra l'altro se il cantato growling fosse stato suino un solo punto in più, tipo 2 Minuta Dreka, l'avrei cestinato senza esitazione alcuna, ma ancora siamo nell'ambito della decenza. A questo punto c'è da aggiungere un'ultima cosa: solo Burzum e i suoi discepoli giocano il ruolo di irriducibili per difetto di loro stessa natura, ma anche nel metal puramente estremo (quindi non parlo degli esperimenti di Amesoeurs o Nachtmystium) si sta muovendo qualcosa verso direzioni meno canoniche. Se prendiamo atto di questo, allora non ci resta che tenere le orecchie ancora più tese e cominciare col non farsi scappare questa piccola perla.
Cthulhu save the metal!

Tracklist
01. Plague Evockation (pestilentiam Intus Vocamus, Voluntatem Absolvimus Part I),
02. Lex Ego Exitium (pestilentiam Intus Vocamus, Voluntatem Absolvimus Part Ii)
03. Tetravirulence (pestilentiam Intus Vocamus, Voluntatem Absolvimus Part Iii)
04. Trials
05. Rift/apex
06. Parasignosis
07. Banishment (undecaphosphoric)
08. Kathenotheism
09. –
10. -
11. Ambient Outro

martedì 8 febbraio 2011

Mitochondrion – Parasignosis (2011)


«Pochi giorni fa abbiamo parlato del mitocondrio, quindi riassumiamo le proprietà di questo organulo per introdurre l'argomento di oggi ché, nella maniera in cui poi vedremo, ad esso è legato.
«Come abbiamo esaminato, il mitocondrio è un organulo che può essere lungo da 1 a 4 micron (µm) e può misurare un diametro che varia da 0,2 ad 1 micron; si presenta con forma a fagiolo ed è sito nel citoplasma che circonda il nucleo delle cellule animali; è preposto alla produzione di energia e svolge la respirazione cellulare, quindi ne regolarizza il ciclo e sviluppa calore. Tuttavia, vi avevo già detto che il tema di oggi non sarebbe stato questo, pertanto non ci interessa rivedere nei dettagli la sua funzione – la quale, dopo la scorsa lezione, sono certo voi tutti conosciate. Oggi, invece, vedremo cosa il mitocondrio ha da raccontarci.
«Partiamo dal 1987, anno in cui i genetisti dell'Università di Berkeley Ca Allan Wilson e Mark Stoneking resero pubblici in sincronia con la dottoressa dell'Università delle Hawaii Rebecca Cann i risultati delle loro ricerche sul DNA mitocondriale. Furono analizzate 147 donne appartenenti a razze differenti ed ubicate in regioni geograficamente molto distanti tra loro, in modo da campionare l'intera popolazione mondiale; secondo gli assunti di questi ricercatori, ciascun individuo eredita i mitocondri esclusivamente dalla linea femminile e il DNA mitocondriale di ogni soggetto analizzato dimostrerebbe che tutta l'umanità contemporanea discende da un'unica donna (poi definita Eva mitocondriale) vissuta circa 150.000 anni fa e che la filogenia riteneva essere collocata in Sudafrica. Come era lecito aspettarsi, nel mondo accademico si creò una divergenza più o meno netta tra chi denigrava i promulgatori della Eve Connection e chi invece li acclamava.
«A distanza di qualche lustro, altri ricercatori suffragarono ed ampliarono questa teoria. Nell'ottobre del 1999 Himla Soodyall e Trefor Jenkins, entrambi scienziati dell'Università di Johannesburg, analizzando campioni genetici prelevati dal popolo del Khoisan (il più antico gruppo autoctono sudafricano), rinvennero le tracce dell'Eva mitocondriale. Nel dicembre del 2000, invece, Ulf Gyllesten dell'Università di Uppsala irrobustì ulteriormente le precedenti tesi dell'Eve Connection dirigendo una ricerca molto accurata e pubblicata sulla rivista scientifica Nature; fu esaminata la configurazione dell'intera sequenza di DNA mitocondriale di cinquantatré persone appartenenti a diverse etnie dei cinque continenti ed emerse che l'origine africana dell'Homo Sapiens fosse palesata da quattro linee ereditarie del DNA mitocondriale, di cui le tre principali sarebbero originarie dell'Africa subsahariana e la quarta, meno rilevante, di derivazione sia africana che non. Per giunta, si riscontrò che la matrilinearità mitocondriale fosse molto più varia nell'Africa nera rispetto a quella della popolazione degli altri continenti. Questo, se dovessi approfondire un certo aspetto dell'argomento che ora non voglio affrontare, potrebbe spiegare perché la maggior parte della popolazione accetta una condizione sociale che non si può definire esattamente “ottimale”. Ma adesso siamo nel campo della mera speculazione, dunque passiamo oltre.
«Cosa emerge da questo? Emerge che, se la teoria dell'Eva mitocondriale fosse esatta, la razza umana che, tra i 100.000 e i 200.000 anni fa, uscì dall'Africa per occupare il resto del mondo annientò le altre specie di ominidi ed umani che ebbero la sfortuna di trovarsi sulla strada di questa nuova stirpe, incluso l'uomo di Neanderthal che, per un un certo periodo, fu erroneamente considerato antenato dell'Homo sapiens. Se questa osservazione dovesse sembrarvi eccessiva, vorrei ricordarvi come gli europei hanno annientato quasi del tutto i cosiddetti “indiani d'America” dal momento in cui hanno invaso i territori dove i nativi erano stazionati.
«Un altro aspetto della questione lo dobbiamo affrontare esaminando – o, per meglio dire, ri-esaminando – l'evoluzionismo darwiniano. È circa dal 1871 (anno in cui Darwin pubblicò L'origine dell'uomo) che è ufficialmente riconosciuta la nostra discendenza (Homo sapiens sapiens) dalle scimmie primordiali; questo è avvenuto perché ci si è sempre affidati, spesso in maniera pedissequa, a quanto Darwin affermava nel suo libro. Ciò non significa che il fondatore dell'evoluzionismo fosse fuori rotta, bensì che fosse il capostipite, il conduttore di ricerche seminali che, usate come fondamento, avrebbero poi dovuto avvicinare ad una verità sempre più solida ed esplicativa. Tuttavia, a causa di alcuni suoi seguaci trovatisi in errore, ancora oggi viene insegnato a nome di Darwin che l'uomo discende dalle scimmie senza soffermarsi su quel dato che lo stesso ricercatore non poté diffondere perché non riuscì a decodificare: l'enigma di ciò che egli definì “anello mancante”, il quale fino a che non fosse stato risolto era ben conscio di non poter considerare conclusa l'indagine sulla genesi della specie.
«È un problema che ancora oggi non è stato circoscritto, nondimeno alcune ipotesi sull'evoluzione sono state escluse con argomentazioni alquanto convincenti. A questo proposito si possono citare, ad esempio, alcune scoperte archeologiche di rilevanza pari a quelle scientifiche fino ad ora viste. Nel 1857, nella valle di Neanderthal, nei pressi di Düsseldorf, fu rinvenuto lo scheletro di un ominide dalla posizione non ancora eretta, la fronte bassa, la mascelle sporgenti e la corporatura robusta. Fu definito, nomen omen, uomo di Neanderthal, e fu la razza di ominidi maggiormente diffusa nel Paleolitico. In seguito ad altri ritrovamenti in Europa, Asia ed Africa la loro origine fu collocata cronologicamente in un epoca antecedente al 70.000 a.C. e si ritenne che fossero il risultato di un graduale processo evolutivo scaturito, a partire dal 300.000 a.C., da una primitiva forma di Homo erectus.
«Appena undici anni dopo, in Francia, a Cro-Magnon, furono recuperati i primi resti di Homo sapiens: alti, eretti, con una scatola cranica più ampia e diversamente strutturata rispetto a quella dei Neanderthal, gli uomini di Cro-Magnon vivevano in una società più avanzata e possedevano uno spirito intellettuale maggiormente accentuato, come si evince dalle loro espressioni artistiche, dai vestiti e dallo stile di vita da essi condotto. Anche se intorno al 35.000 a.C. pare che l'Homo sapiens e quello di Neanderthal si siano incrociati, nel luglio 1997 Svante Pääbo e la sua equipe dell'Università di Monaco riuscirono ad estrarre il DNA da un frammento osseo di un Neanderthal, le cui analisi fecero cadere l'ipotesi dell'ibridazione tra le specie e rivelarono una differenza genetica così importante che, se davvero fosse esistito un antenato ancestrale comune, era talmente lontano da essere un dato stimato ormai marginale.
«L'ufficiale quadro evoluzionistico era già stato minato sette mesi prima, quando sull'isola di Giava furono portati alla luce dei teschi vecchi di circa 40.000 anni che possedevano i connotati dell'Homo erectus che, fino a quel momento, si credeva estinto da almeno 200.000 anni.
«Eccoci, dunque, al cuore della questione: se l'Homo erectus e l'uomo di Neanderthal hanno convissuto 40.000 anni fa e il Neanderthal, a sua volta, con l'Homo sapiens 35.000 anni fa, si può desumere che ciascuno di essi non è l'evoluzione dell'altro ma, anzi, una forma separata come lo è la tigre dal lupo.
«Tra il 1911 e il 1972 in Tanzania, Kenya e Sudafrica vennero esumati i resti di antichi ominidi non compatibili con le tradizionali conoscenze dell'evoluzione, dunque la loro provenienza fu trascurata. Malgrado ciò, nel 1974, l'archeologo Donald Johanson dell'Università di Chicago scoprì in Etiopia, ad Hadar, un gruppo di ossa appartenenti ad un primate femmina destinato a diventare celebre col nome Lucy. Successivamente vennero portati alla luce i resti di altri tredici esemplari che, insieme a Lucy, vennero fatti risalire a ben 3,5 milioni di anni a.C. e presero il nome di “Prima Famiglia”; poco distante dal luogo del ritrovamento, furono individuati alcuni utensili di pietra ed impronte risalenti allo stesso periodo. La parte interessante è che, vista la loro forma, le impronte non sembravano appartenere ad un ominide qualunque: arcata plantare elevata, talloni arrotondati, avampiedi pronunciati ed alluce allungato le caratterizzavano e distinguevano dalle altre razze preistoriche in cui, fino ad allora, ci si era imbattuti. Come sia possibile che oltre 3 milioni di anni fa fosse esistita una specie più evoluta del più recente uomo di Neanderthal è tutto da verificare, ma, procedendo per esclusione, soprattutto grazie alle informazioni rivelate dal mitocondrio, possiamo affermare con una certa attendibilità che ci siamo quantomeno dislocati dall'erronea interpretazione divulgata dai seguaci di Darwin.
«Ho insinuato abbastanza dubbi? Avete domande? ...Tu. Tu coi capelli lunghi. Prego.»
«Ma... questo non è il corso di Storia Moderna e Contemporanea di Growling ad Oltranza?»


Spunti e dati sono stati tratti per la maggior parte da:
L'ombra del dio alato di Danilo Arona
Le misteriose origini dei re del Graal di Laurence Gardner.

sabato 1 gennaio 2011

L'anno che inizia

Post retrodatato per esigenze spazio-temporali.

E' ormai dal lontano 1983 che non c'è alcuna speranza di iniziare bene un nuovo anno.
La colpa è degli U2 e del loro pessimo sound.

martedì 16 novembre 2010

Uochi Toki - Cuore Amore Errore Disintegrazione (2010)


Sin dalla sua alba, l'uomo si è posto degli interrogativi che – ad ammetterlo ci si deprime – a distanza di milioni di anni sono rimasti tali, salvo i casi in cui le grandi speculazioni intellettuali (nonché intellettualoidi) hanno abbindolato una grande, enorme percentuale delle unità appartenenti alla razza umana plasmando così un mondo succubo a pochi poteri ben accentrati che impiegano rami periferici con peculiarità nulla più che rappresentative di una libertà di scelta che – manco a dirlo! - altro non è che l'ennesima illusione.
Una citazione a caso:
Milioni di libri scritti su ogni concepibile argomento da tutte queste grandi menti, e alla fine nessuno di loro sa più di me sui grandi misteri della vita. Ho letto Socrate, sapete? Schiappettava i ragazzini greci; che diavolo ha da insegnare a me?
Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e perché siamo, veniamo ed andiamo. Queste non sono domande, ma tormenti che hanno frustrato l'uomo da sempre e l'hanno spinto a credere nelle più bizzarre teorie, nessuna delle quali può essere appurata come vera né falsa. Vivere ed emergere dall'oscurità, risalire verso la coscienza, sia essa pure parziale, di sé e del mondo è una fatica intollerabile che necessita di un supporto esterno, interno, spirituale, parascientifico. Forse da qui è nata la magia, un modo per capire e vivere in simbiosi con gli altri e con il mondo. Ed è proprio la magia, l'essere mago, il contatto significativo che il mago vuole esercitare sul mondo il tema centrale del nuovo disco dei Uochi Toki (che non devo presentare, vero?). C'è in questo un intento esoterico, un'espressione che decanti forze ancestrali pre-umane? No, affatto! Anzi, probabilmente sì, perché per avere un sano contatto con la vita essoterica, con le persone comuni, per dare luogo ad un libero scambio di idee con esse è davvero probabile che l'unico mezzo che dia adito a questo sia di natura esoterica, ciò preclude un indispensabile nutrimento che consenta un'attenta osservazione, rilevazione che trasli l'uomo essoterico ad un livello superiore, financo super-uomo.
Con Cuore Amore Errore Disintegrazione, i Uochi Tochi proseguono la loro strada aperta non già con il precedente (cupo, introspettivo) Libro Audio, ma con l'ottimo La Chiave Del 20, un concept album registrato insieme agli Eterea Postbong Band nell'ormai lontano 2007. Quest'anno hanno raggiunto la vetta, la piena maturità; stupiscono, fanno clamore, fanno pensare. Le liriche di Napo sono eccellenti, originali, quasi rivelatrici, e trascinano in un percorso tortuoso in cui il baluginio della luce solare confonde le forme ed i ruoli e rasserena solo per poi scuotere maggiormente fino a condurre allo stato definitivo: l'astrazione quantica.
Ma non si sottovaluti la base, un lavoro eccezionale non secondo ai testi. Il dj (di cui, non me ne voglia, non non conosco il nome) attinge dai migliori Autechre, dal genere grime, (post-) dubstep e fraziona l'aritmetica come Jackson Pollock.
Il disco è da 10 su 10 e già lo candido tra i migliori (se non IL migliore) dell'anno.
Ma alla fine il dubbio resta: l'uomo omologato e l'uomo indipendente riusciranno mai a trovare un punto d'incontro? La realtà sconfiggerà gli audaci.

Potete apprezzare anche la tracklist:
1. Appena risalito dall'abisso,

2. Mi sveglio da straniero in un luogo mai visto prima, tuttavia,

3. Dato che per me è naturale trovarmi spaesato nei non-luoghi,

4. Mi basta udire delle voci lontane per sentirmi a casa ovunque,

5. Permettendomi artifici spontanei,

6. Gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste,

7. Violando le conseguenza che la violazione dei sacri limiti tra due persone comporta...

8. … No, sto sbagliando in qualcosa, il nervoso ed il quieto si alternano freneticamente

9. Dando origine al più incomprensibile dei mali

10. Che mi esaspera fino ad esplodere in realtà molteplici “adesso”.

P.s. Ad onor del giusto, devo evidenziare un errore: l'articolo maschile plurale che precede le parole Uochi Toki non è "i", ma "gli". (Facevo prima a sciverlo in calce che a correggere).

martedì 2 novembre 2010

05111975


Quello che segue è l'estratto di un manoscritto; anche una dedica ai suoi molti Orfani.

Le incomprensioni nacquero sin dallo scambio di informazioni riguardo ai loro interessi: furono schierati da un lato il calcio – ovviamente vissuto da spettatore –, dall'altro la letteratura, il cinema, la musica progressive rock in particolare quella inglese e il nascente (proto-) punk angloamericano, quindi una qualche infarinatura politica/anti-politica e, tanto per chiudere, la pallavolo esercitata su campo. L'imbarazzo provato da chi è stato scoperto a scaccolarsi mentre credeva di non essere guardato cominciò a manifestarsi nell'aria. La ragazza, che nascondeva maliziosamente un ego compiaciuto, propose di prestargli dei libri, tanto per vedere se riusciva a suscitare in lui una qualche sorta di curiosità anche perché, a dirla tutta, desiderava farlo crescere culturalmente abbastanza da poter alimentare il proprio autocompiacimento. Il poi-irrimediabilmente-ecc. fu lieto di accettare. La pedagoga non retribuita tentò di lucidarlo con alcuni testi che presto lui avrebbe dimenticato a) perché avrebbe faticato a seguirli e b) perché in verità – cosa che non le avrebbe mai confessato – annoiato da lessico e sintassi percepiti come troppo articolati (cfr. punto a)), li avrebbe abbandonati molto prima di raggiungere la metà per restituirglieli solo dopo aver atteso un lasso di tempo sufficientemente lungo in modo che un'effettiva lettura da lei sarebbe stata considerata plausibile. Tra i due, quella furba era la ragazza: pur senza menzionare la sua intuizione, non si era certo lasciata prendere in giro dalla puerilità di un insipido quindicenne che aveva farfugliato insensatezze alle domande da lei formulate a proposito dei tomi che le erano appena stati restituiti, perché lei non si sarebbe mai fatta impietosire da un Mi ci sono messo d'impegno, ma non ci ho capito niente, dato che su due/trecento pagine è davvero inverosimile che non una sola frase possa essere compresa da una persona che parli la lingua in cui quelle pagine sono state scritte. Tuttavia, ciò che sancì la netta troncatura, peraltro univoca, tra i due, non fu questo episodio, che a posteriori non designava nulla di così grave, ma una discussione in cui il quindicenne-futuro-impiegato esprimette una mancata deferenza su un avvenimento (un Avvenimento) che l'altra considerava una Tragedia, un Lutto, una Perdita Incolmabile cui l'intero mondo avrebbe dovuto confessare tale e di cui, viceversa, l'intero mondo era da considerarsi fautore. (Dov'è che l'aveva sentito?).
Tre giorni prima che la discussione avesse luogo, il 2 novembre 1975, una donna rinvenne un cadavere sulla spiaggia dell'idroscalo di Ostia. Il cadavere era di Pier Paolo Pasolini. L'aveva scambiato per immondizia, la donna. Così disse, e di questo errore di valutazione il quindicenne, che ascoltava le notizie a lui già note che l'amica gli esponeva con una certa tragicità stonata vagamente riconoscibile in questa qualifica, ne rise pensando a quanto beffarde possano essere le coincidenze: venire violentemente bastonati, investiti dalla propria auto guidata da qualcun altro, morire ed essere scambiati per immondizia nel giorno della commemorazione dei morti è davvero l'esito di un gioco ironico, sghignazzò usando circa questi termini, oltretutto nel giorno del mio compleanno, aggiunse. Che era comico quasi come morire per dissenteria, anche.
L'interlocutrice raggelò, e non solo per l'errata giustapposizione dei termini – in particolare quando diceva «comico»; semmai era «atroce», «umiliante», «evitabile» -; restò immobile e con la bocca impercettibilmente aperta per una certa frazione di tempo riflettendo sulla possibilità di aver travisato, di non aver colto un senso magari celato. I suoi dubbi furono presto spazzati via da un rincaro della dose nel momento in cui l'altro rubò le parole di suo padre per affermare che P.P.P. era un pederasta talmente comunista che anche i comunisti lo schifavano per quanto fosse comunista. Chissà cos'altro avrebbe aggiunto se Pelosi avesse dichiarato la sua versione sin da subito, secondo cui l'intellettuale invocava la madre mentre i suoi aggressori gli spappolavano la faccia e rompevano le ossa per farlo assomigliare quantomeno nella forma all'immondizia che con tanta ostentazione aveva denunciato. La dantesca, dura legge del contrappasso. Non sarebbero mai bastate le sberle che la ragazza aveva avuto voglia di far suonare sulla faccia dell'imberbe, e tanto tempo nessuno lo ha a disposizione. Ebbe quasi un accesso di diplomazia in cui avrebbe evidenziato i punti che suscitavano il suo disaccordo e magari avrebbe potuto approfittare dell'occasione per esporre qualche citazione che, senza dubbio, sarebbe giunta a sostegno al momento opportuno, ma, non avendo pubblico, non lo fece; si limitò a soffocare un insulto, voltarsi e allontanarsi. Le distanze tra i due sarebbero state ripristinate ed estese fino alla privazione del saluto e questo è quanto.